INGHILTERRA
Un programma per riavvicinare i cattolici “lontani” dalla Chiesa
Far sapere ai cattolici che non vanno in chiesa o ci vanno raramente che la Chiesa non li ha dimenticati, si preoccupa di loro e li aspetta appena avranno voglia di rifarsi vivi. Questo l’obbiettivo di “Kit”, “Keeping in touch”, “mantenersi in contatto”, un programma partito una sera di otto anni fa nella parrocchia St.Joseph, a Upminster, un sobborgo di Londra e che si sta diffondendo in tutta l’Inghilterra. Tra le promotrici Sheila Keefe, 73 anni, mamma di cinque figlie e nonna di dodici nipoti, ex insegnante, una vita trascorsa al servizio della parrocchia, che ha raccontato al Sir come Kit ha raggiunto decine di “lapsed Catholics”, si chiamano così in inglese i cattolici che non vanno più in Chiesa.Partire dalle radici. Si parte da Upminster con il programma “Roots”. “Ero coinvolta nel ‘Rito per l’iniziazione cristiana degli adulti’, un programma frequentato da chi vuole diventare cattolico. Ci eravamo accorti che i cattolici che per anni si erano allontanati dalla Chiesa e volevano riavvicinarsi partecipavano a questi incontri portandovi il loro bagaglio di senso di colpa e risentimento. L’impatto era negativo su chi, senza sapere nulla della Chiesa, desiderava con entusiasmo entrare a farvi parte”, racconta Keefe, che insieme ad un gruppo di dodici parrocchiani decise così di “garantire ai lapsed Catholics uno spazio loro, dando vita a un programma nuovo “Roots”, appunto, radici”. A due a due. A due a due in ogni casa della parrocchia. “Dopo un lavoro di preparazione durante il quale ci siamo chiesti perché siamo cattolici, abbiamo consultato i registri parrocchiali per vedere chi non veniva in chiesa e, a coppia, abbiamo cominciato ad andare a cercare questi cattolici nelle loro case”, continua Keefe. “Ci precedeva una lettera del parroco che chiariva che l’iniziativa aveva il suo appoggio e, se le persone contattate non gradivano la visita, potevano evitarla”. “Dicevamo a chi apriva la porta: sappiamo che siete cattolici e volevamo farvi sapere che ci appartenete, assicurarci che state bene, chiedervi se possiamo fare qualcosa per voi e sapere che cosa pensate della nostra parrocchia. Non ci interessava fare proselitismo, eravamo genuinamente interessati alla loro storia, a sapere come stavano”.Una risposta tutta positiva. Soltanto due rifiuti su circa 400 case visitate, a testimoniare come “i lapsed Catholics non vedevano l’ora di parlare con qualcuno della loro storia e la forza della fede che queste persone portavano avanti da sole senza l’aiuto della comunità parrocchiale e dei Sacramenti era notevole”. Purtroppo quando la visita del team di “Roots” volgeva al termine, i parrocchiani non avevano nulla da offrire a chi era interessato a ritornare in Chiesa. E così che da “Roots” nasce “Kit” mentre Sheila Keefe trasloca con la famiglia in un’altra parrocchia, sempre chiamata St.Joseph, questa volta a Romsey, sulla costa meridionale del Regno Unito.Momenti commoventi. Qui il programma riparte, con una nuova appendice, alcuni piccoli gruppi pensati proprio per chi vuole tornare in Chiesa. “Ci incontriamo per sette o otto volte ogni due settimane, due o tre cattolici che vogliono tornare alla Chiesa e altrettanti che la frequentano già nella casa di qualcuno”, racconta ancora Keefe, “parliamo di come sta andando la settimana, segue un momento di preghiera. In una terza parte, a turno, nel gruppo condividiamo il nostro viaggio di fede con gli altri raccontando la nostra storia. Infine leggiamo e discutiamo un aspetto del Concilio Vaticano II. All’ultimo incontro partecipa anche il parroco che offre la Confessione e celebra la Messa. Per molti che non si comunicano da anni si tratta di un momento commovente”.Le ragioni di un successo. “Quando formiamo il gruppo che andrà alla ricerca dei lapsed Catholics facciamo attenzione a scegliere persone che a loro volta si sono allontanate dalla Chiesa e sono tornate o persone che hanno tanti amici non religiosi e hanno altre esperienze che vanno oltre la Chiesa cattolica”, spiega, “cerchiamo di evitare chi è sempre venuto in Chiesa perché può intimidire chi si è allontanato dalla comunità. Sono convinta che laici di questo tipo abbiano un ministero particolare da offrire perché sono in grado di parlare ai lontani al loro livello mentre un sacerdote può farli sentire in difficoltà”. Un valore impossibile da misurare. “E’ impossibile misurare il valore del lavoro che facciamo. La lettera che il sacerdote scrive, preannunciando la nostra visita per esempio è importantissima perché costringe le persone a chiedersi dove si trovano nel loro viaggio di fede. Noi non sappiamo che impatto avranno le conversazioni che abbiamo con loro, magari ritornano a messa senza dircelo, oppure ci vuole del tempo prima che si riavvicinino alla Chiesa”.