UNIVERSITÀ

Perché in crisi?

VI Giornata europea degli universitari: un saggio sull’etica del sapere

Sabato 1° marzo, nell’Aula Paolo VI in Vaticano, si svolgerà la VI Giornata europea degli universitari promossa dal Ccee (Consiglio delle Conferenze episcopali europee). L’incontro, quest’anno su “Europa e Americhe insieme per costruire la civiltà dell’amore”, verrà seguito in collegamento via satellite da dieci città europee (Toledo, Bucarest, Minsk…) e del continente americano (Città del Messico, L’Avana, Aparecida, Loja…). Alla vigilia dell’incontro, e mentre è ancora viva l’eco della mancata visita del Pontefice all’ateneo romano “La Sapienza”, proponiamo alcuni spunti di riflessione tratti dal volume “Perché l’università. Riflessioni sull’etica del sapere” che, per i tipi di Edimond, in occasione del 100° numero della rivista trimestrale “Universitas” (edita dall’associazione Rui) offre un’antologia di saggi pubblicati negli ultimi 50 numeri da esponenti del pensiero e della cultura del continente. Tra questi, anche un contributo dell’allora card. Joseph Ratzinger.Corresponsabilità della fede. “Non la verità crea il consenso, ma il consenso crea non tanto la verità, quanto ordinamenti comuni. La maggioranza determina ciò che deve valere come vero e come giusto. Ciò significa che il diritto è esposto al gioco delle maggioranze e dipende dalla coscienza dei valori della società del momento, determinata a sua volta da molteplici fattori”. A lanciare l’allarme sui rischi che nell’odierna cultura del “positivismo giuridico” corre il diritto, era stato nel 1999 l’allora card. Joseph Ratzinger, intervenuto all’Università Lumsa di Roma in occasione del conferimento della laurea honoris causa in giurisprudenza. Sottolineando il profondo legame di fede e ragione nell’orientare il diritto alla verità e al bene comune, il futuro Benedetto XVI concludeva: “La fede cristiana rispetta la natura propria dello Stato, soprattutto dello Stato di una società pluralista, ma sente anche la sua corresponsabilità affinché i fondamenti del diritto continuino a rimanere visibili e lo Stato non sia privo di orientamenti, esposto soltanto al gioco di correnti mutevoli”. Una comunità di destino. “ Nel nostro continente europeo, negli anni passati abbiamo chiaramente fallito: buona parte della crisi” delle nostre università “nasce dal fatto che abbiamo dimenticato quanto l’università sia un luogo di educazione e di cultura”. Ne è convinto Nikolaus Lobkowicz, già rettore dell’Università Ludwig-Maximilian di Monaco di Baviera, secondo il quale l’istituzione universitaria potrà avere un futuro se “prendiamo di nuovo coscienza del fatto che gli studenti ci sono affidati non solo come persone che si preparano alla professione, ma come giovani in cerca del senso della vita, e che noi professori formiamo con loro una piccola comunità di destino” e “una convivenza di uomini” che “attraverso una cultura comune si educano l’un l’altro”.Scambio e convertibilità. “Credo fermamente in due cose – afferma Ralf Dahrendorf, rettore del St.Anthony’s College di Oxford -: lo scambio e ciò che chiamo ‘convertibilità’, per usare in senso molto più ampio un termine monetario. Scambio significa che deve essere possibile, e anzi altamente auspicabile, in particolare per gli studenti ma anche per gli accademici, lavorare per un certo periodo in altri sistemi e paesi; convertibilità significa che il risultato deve essere accettabile negli altri paesi Ue. Convertibilità non significa identità di percorso”; essa “è pienamente compatibile con la diversità di percorsi aventi lo stesso traguardo e conferma il grande valore della diversità presente in Europa. L’istituzione di cui sono più orgoglioso è l’European science foundation” che affida “il coordinamento della ricerca agli Stati membri” perché “in Europa esistono molteplici vie di progresso”. La riforma del pensiero. “Tutte le riforme dell’università concepite fino ad oggi hanno girato intorno al buco nero che riguarda il bisogno profondo dell’insegnamento, ma che non sono state capaci di percepire”. Per Edgar Morin, sociologo al Centre National de recherche scientifique, fondatore e direttore della rivista Communications , la riforma non dovrebbe seguire “il tipo di intelligenza che bisogna cambiare”, ma “dovrebbe venire dall’interno, tornando alle fonti del pensiero europeo”. Oggi, sottolinea Morin, “non bisogna più problematizzare solo l’uomo, la natura, Dio”; occorre “problematizzare ciò che porta la soluzione di questi nodi: anche la ragione che spesso non è che un’astratta razionalizzazione”. La “riforma del pensiero è una missione sociale chiave: formare i cittadini capaci di affrontare i problemi del loro tempo” permetterebbe “di frenare il declino democratico che suscita in tutti i campi della politica l’espansione dell’autorità degli specialisti di ogni categoria, che progressivamente restringe la competenza dei cittadini stessi”.