FRANCIA

Gli inizi della vita

I vescovi e la formazione bioetica

Una sessantina di vescovi hanno partecipato dal 18 al 20 febbraio a Rennes ad una sessione di formazione permanente dedicata quest’anno al tema della bioetica. L’incontro è stato organizzato dalla Commissione dottrinale della Conferenza episcopale francese. Le leggi bioetiche votate nel 2004 verranno revisionate il prossimo anno e “questa revisione – spiega mons. Pierre-Marie Carré, presidente della Commissione – ha già provocato nel paese un vivace dibattito per cui è importante che i vescovi possano ascoltare tutti i soggetti implicati ed esprimere il loro punto di vista”. L’incontro ha visto la partecipazione del genetista Axel Kahn ed è stato concluso dal card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese.Il mistero appassionante della vita. Le questioni bioetiche toccano “la vita” e pertanto rappresentano “un tema appassionante, che spesso fa soffrire”. Con queste parole l’arcivescovo Carré introduce il tema attorno al quale quest’anno i vescovi si sono ritrovati per la loro annuale sessione di formazione permanente. E’ un tema – ha detto il vescovo – le cui “implicazioni sono tante, per i bambini che possono nascere, per gli adulti, per il futuro”. Per questo i vescovi – prendendo la parola su questo argomento – devono essere formati. Sulla natura dell’embrione – ha poi aggiunto l’arcivescovo di Rennes mons. Pierre d’Ornellas – le scienze hanno compiuto progressi “ammirevoli” e scoperto “orizzonti” finora inesplorati. Per questo occorre arrivare ora a dare “una risposta comune”. Nel difendere l’embrione, “noi difendiamo la vita umana vissuta da un’altra vita umana e diciamo che allo stato attuale delle conoscenze scientifiche chi è concepito deve essere rispettato come persona”. In quanto tale – prosegue mons. d’Ornellas – “occorre dargli un nome, un volto. La parola embrione è un termine scientifico che spesso corrisponde ad una cosa, ad un ammasso di cellule”. Riguardo poi alle polemiche che si sono accese, il vescovo ha invitato invece a parlare di queste questioni “serenamente”.L’uomo è guardiano di suo fratello. E “lo è – ha spiegato il teologo gesuita Alain Mattheews – soprattutto quando l’altro non ha né voce per dire chi è, né forza per vivere da solo”. “Solo se impariamo a rispettare l’umanità altrui nella sua vulnerabilità, sapremo farlo sempre e in ogni luogo. Il rispetto dell’embrione umano è un segno privilegiato di questa chiamata etica a rispettare ogni uomo, qualsiasi sia la sua apparenza”. Anche un genetista ha dato ai vescovi la sua testimonianza ed esperienza di vita. “Le questioni poste dall’embrione, dal feto e dai primi anni di vita – ha detto Axel Kahn – sono numerose e difficili”. Il medico ha fatto riferimento alla situazione dei “grandi prematuri, il cui peso alla nascita si avvicina ai 500 grammi, che sono rianimati e salvati ma che riportano gravi lesioni celebrali incompatibili con un successivo risveglio della coscienza. Sono drammi di fronte ai quali non esiste una risposta soddisfacente. Tutte queste circostanze sono la testimonianza di interrogativi nuovi che nascono dai progressi scientifici e della medicina rispetto all’inizio della vita”. Uno statuto per l’embrione. “Il rispetto assoluto della vita umana, in ragione della sua dignità intrinseca”. A chiederlo è il card. André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi e presidente della Conferenza episcopale francese che in un’intervista al quotidiano regionale Ouest-France, fa il punto sulle riflessioni emerse a Rennes . Riguardo all’utilizzo delle cellule staminali embrionali, il cardinale dice: “fanno sognare l’opinione pubblica promettendogli la guarigione di malattie come il Parkinson e l’Alzheimer. Dopo anni di ricerca, non c’è al momento attuale alcun progresso significativo rispetto invece ai lavori portati avanti con l’utilizzo delle cellule staminali adulte. L’alibi terapeutico non regge”. L’arcivescovo di Parigi ricorda nell’intervista l’ultima sentenza della Corte di Cassazione che lo scorso 6 febbraio ha decretato la possibilità di dichiarare allo stato civile un feto senza vita, indipendentemente dal peso e dalla durata della gravidanza dando ai genitori il diritto di dargli un nome e organizzare il suo funerale. “Ora, se la Corte di Cassazione – ha detto Vingt-Trois – decide di legittimare l’iscrizione del feto come membro della famiglia, questo significa che il feto ha uno statuto”. “La posizione della chiesa – conclude il cardinale – è che bisogna agire come se l’embrione fosse una persona. C’è una continuità umana tra la cellula iniziale e l’essere umano che nasce” e questa continuità chiede quanto meno “l’applicazione di un principio di precauzione”.