RASSEGNA DELLE IDEE
L’Osservatore Romano: da “La Sapienza” di Roma alle università in Russia
Mentre alcune settimane fa Benedetto XVI, ancorché invitato dal rettore, non è potuto intervenire con una sua riflessione all’Università di Roma “La Sapienza”, in Russia è in corso un acceso dibattito sulla collocazione e sul ruolo della religione nella sfera pubblica e nel campo dell’istruzione. A porre in relazione i due eventi è Aleksej Judin, dell’Università umanistica di Mosca, che li legge come “sintomi dell’acuta crisi attualmente imperante nel campo della scienza e dell’educazione”. Nel mondo attuale, osserva dalle colonne de “ L’Osservatore Romano” (13/02), quotidiano della Santa Sede, “la sapienza universale sembra aver lasciato definitivamente il posto” a “più scienze, che si sono assicurate il monopolio delle diverse branche del sapere umano”. Una “disgregazione culturale” che “si ripercuote anche sull’istruzione”, oggi finalizzata prevalentemente “a preparare l’ homo faber”, costituendo una caratteristica allarmante del “processo educativo contemporaneo”.Cristianesimo e sapere universale. Di fronte a questa “rinuncia a costruire un proprio quadro conoscitivo del mondo”, per Judin occorre “un nuovo modello formativo universale”, e il cristianesimo, “con il suo colossale potenziale culturale e la sua secolare tradizione di sintesi tra ciò che rientra nell’ambito del razionale e ciò che lo travalica, può essere assunto a pieno diritto come base” per tale modello. Tuttavia, “nel mondo scientifico contemporaneo una simile proposta verrebbe giudicata come una suprema sovversione”. Di qui il monito a “vigilare attentamente”, per evitare che tale atteggiamento “faccia prigioniera la nostra sapienza e spenga il lume della ragione” in una società all’interno della quale, “pur possedendo le libertà formalmente attribuitegli”, il cristiano “subisce restrizioni quando si tratta di declinare le proprie concezioni nella sfera pubblica” in cui “hanno credito solo le posizioni secolariste”.Nuove contraddizioni. Nonostante ciò, prosegue Judin, dalla fine degli anni’80, in Russia “la religione sta conquistando a grandi passi spazi e riconoscimenti in tutti i settori della vita pubblica, e di conseguenza cresce l’autorità delle istituzioni religiose”. Un fenomeno che “suscita inevitabilmente nuove contraddizioni”, mentre i valori liberali, “enunciati a grandi lettere nella nuova Russia postsovietica, di fatto si sviluppano in maniera molto limitata”. Tutto ciò “conferisce sfumature particolari al dibattito in corso sulla clericalizzazione dell’istruzione” all’interno del quale, sia da parte della Chiesa ortodossa, sia da parte di alcuni “scienziati e difensori dei diritti umani”, viene avvertita “la necessità che il sapere religioso sia presente nella scuola. La questione verte piuttosto sul formato e i contenuti di questa presenza”.La lettera dei dieci accademici. A segnare una svolta è stata, lo scorso giugno, la lettera aperta inviata al presidente Putin da dieci accademici russi, fra cui scienziati di fama mondiale, per esprimere inquietudine “per l’attiva penetrazione della Chiesa in tutte le sfere della vita pubblica”, in particolare per la sua proposta “di aggiungere la teologia all’elenco delle specializzazioni scientifiche”. Contro la posizione degli accademici si sono schierati, oltre alla Chiesa ortodossa, diversi politici e intellettuali. La teologia “è un sapere senza il quale il nostro Paese andrà certamente alla rovina”, ha affermato Jurij Pivoravov, direttore dell’Istituto di informazione scientifica dell’Accademia delle Scienze di Mosca. La “lettera dei dieci accademici” e l’appello dei professori della Sapienza, per Judin sono accomunati, pur nella diversità dei contesti, dalla convinzione che la teologia non possa “essere inscritta fra le discipline scientifiche” che “si basano sulla logica”. In tal modo, argomenta, si nega alla teologia “ogni attinenza al discorso razionale”, e ciò potrebbe essere in parte spiegabile “con la pesante eredità dello scientismo materialista di epoca sovietica”, se “non vi fossero le specificità messe in luce analizzando l’analogo conflitto” scoppiato nell’università romana.Una “ragionevolezza più grande”. “Sostanzialmente il rifiuto del sapere religioso espresso da una parte del mondo scientifico non è un problema del famigerato conflitto tra scienza e fede – puntualizza lo studioso -, ma un problema interno della metodologia del sapere scientifico contemporaneo”. Un’ostilità che può essere superata “solo attraverso una ricerca di nuovi orizzonti del sapere, e grazie a un dialogo razionalmente fondato tra portatori di visioni laiche e religiose”. Insomma, quella “ragionevolezza più grande” all’interno della quale dovrebbe “inscriversi la fede”, auspicata nel 1999 in un celebre intervento dell’allora card. Ratzinger. “Si vorrebbe sperare – conclude Judin – che anche l’odierno dibattito in Russia” su religione e società “possa ispirarsi ai modelli di dialogo, di complementarità e correlatività di ragione e fede, proposti dal filosofo Jurgens Habermas e dal card. Ratzinger” in un confronto svoltosi nel 2004 a Monaco di Baviera.