RASSEGNA DELLE IDEE
Polonia ed ebrei: un’interpretazione storica contestata su wiaria.pl
“I polacchi sono ormai abbastanza grandi per potersi guardare allo specchio, non sempre limpido, della propria storia” afferma Jan Zaryn , noto storico dell’Istituto nazionale della memoria a Varsavia. Sul portale www.wiara.pl è stata pubblicata di recente una sua critica del libro di Jan T. Gross, ora tradotto in polacco, ma pubblicato negli Stati Uniti nel 2006 con il titolo Fear: Anti-semitism in Poland after Auschwitz An Essay in Historical Interpretation. Due studi a confronto. “Da un po’ di tempo – osserva lo storico – nei media è in corso un vivace dibattito riguardante il difficile periodo dell’insediamento del potere comunista nella Polonia del dopoguerra. Tra le varie questioni riguardanti gli anni 1944 – 47 è tuttavia predominante solo quella suscitata dalla lettura del Fear di Jan T. Gross”. A questo libro Zaryn contrappone un altro volume pubblicato negli Stati Uniti nel 2003: After the Holocaust di Marek J. Chodakiewicz: “entrambi i libri, che parlano delle relazioni tra polacchi ed ebrei nel dopoguerra – spiega -, sono scritti da studiosi di origini polacche, professori di storia contemporanea, da anni residenti negli Stati Uniti, e prima di arrivare nelle librerie polacche sono stati pubblicati in America”. Qui però finiscono le somiglianze, giacché per Zaryn i due volumi “nonostante trattino lo stesso tema, divergono dal punto di vista metodologico e narrativo, così come diverse sono le tesi degli autori. Gross, servendosi discrezionalmente delle fonti, sostiene la validità di alcune tesi discutibili e non rispondenti a verità. Chodakiewicz, conformandosi alle regole dell’antica scuola empirica, giunge ad una tesi generale articolata, o alla conclusione di non poter generalizzare, vista la molteplicità di elementi che compongono il quadro dell’insieme”. Essere eroi. “Secondo alcuni lettori – prosegue Zaryn -, Gross esaspera le sue tesi, secondo altri getta fango sui polacchi e quindi, con premeditazione, intacca la loro sensibilità in una sfera molto importante: quella della memoria e dell’identità collettiva. In altri termini, tratta lo spazio storico unicamente come strumento necessario per eseguire un intervento sul corpo sociale odierno”. Zaryn sostiene che, secondo Gross, “per guarire la società dal morbo dell’antisemitismo il messaggio deve non tanto rispettare la verità quanto essere efficace. “Nel libro di Gross non c’è spazio per fonti storiche non conformi alle tesi preconcette, così come non ce n’è per una descrizione degli avvenimenti da angolazioni varie o per una esposizione del contesto storico”. Zaryn cita, tra gli altri, l’esempio dei diari del dott. Klukowski (il medico Zygmunt Klukowski raccontò gli eccidi commessi nella regione di Zamosc durante gli anni della guerra e fino al 1959) evocati da Gross solo con riferimento alle violenze di cui gli ebrei sono stati vittime, e non agli episodi in cui essi, perseguitati dai nazisti, sono stati difesi dai polacchi, a volte a costo della vita. “Gross in modo categorico chiede ai polacchi di essere eroi”, e lo fa, secondo Zaryn senza considerare il contesto storico nel quale “l’invasore nazista, avendo sovvertito il sistema dei valori della società, metteva i polacchi davanti ad una scelta davvero diabolica: salvare la vita di un altro (ebreo) mettendo a repentaglio la propria, oppure lasciarlo morire”. Le accuse alla Chiesa. L’accusa più grave formulata da Gross consiste, tuttavia, in “una vergognosa diffamazione della Chiesa cattolica (e particolarmente dei cardinali Sapieha e Hlond e dei vescovi Wyszynski, Bieniek e Kaczmarek), di tutto il clero e dei fedeli accusati di favorire gli atteggiamenti antisemiti.” “Questa è una menzogna” rileva Zaryn, pur ammettendo che “prima della seconda guerra mondiale, nel corso del conflitto e dopo la sua cessazione, in alcuni ambienti polacchi, seppure circoscritti, c’erano atteggiamenti di disprezzo verso le persone di origine ebraica e verso la loro cultura. Accusare uomini della Chiesa cattolica di corresponsabilità nell’Olocausto o nel pogrom di Kielce (il massacro di 37 ebrei perpetrato nella cittadina di Kielce il 4 luglio 1946), affermare che durante e dopo la guerra ‘educavano’ i polacchi all’antisemitismo è segno di una profonda fobia dell’autore di Fear“. Zaryn cita esempi di sacerdoti e religiose che durante la guerra salvarono numerosi ebrei, e nomi di famiglie polacche sterminate dai nazisti per aver prestato aiuto ai perseguitati. “La dottrina cattolica e i dieci comandamenti hanno permesso a molti polacchi di fare scelte giuste nei momenti critici” conclude, rifacendosi a studi storici secondo i quali il nazionalismo polacco tra le due guerre non ha assunto forme patologiche (in Polonia non sono mai state adottate leggi razziali) proprio “grazie all’adesione al Decalogo e al sistema di valori basato sul comandamento dell’amore verso il prossimo”.