ECUMENISMO

La prima e ultima frontiera

Benedetto XVI: la preghiera a fondamento del cammino verso l’unità

Nei giorni della settimana ecumenica Benedetto XVI ha avuto due occasioni di parlare sul tema dell’ecumenismo ed ha incentrato il discorso sulla preghiera. Era un riferimento obbligato dal tema della settimana: “pregate continuamente” (1Ts 5,17), ma anche dalla situazione oggettiva dello stato dell’ecumenismo nel mondo. Ha condiviso la centralità di questo tema anche il pastore metodista Samuel Kobia, segretario generale del Consiglio ecumenico delle Chiese (347). Il Papa così si è trovato non da solitario, ma in piena comunione con la coscienza profonda dei cristiani in cammino verso la piena comunione. È una coscienza che si carica di grandi sentimenti di gratitudine e di lode al Signore per le grandi opere che ha compiuto nelle relazioni tra le Chiese e le comunità cristiane. Cosa sarebbe stato della nostra storia senza l’azione dello Spirito Santo e come sarebbe stato mai possibile trovarsi insieme a pregare, persone che un tempo erano così distanti tra loro? Questi sentimenti sono stati espressi da Benedetto XVI e da Kobia, mettendo in risalto la comunione che si realizza nel pregare insieme.In questo modo si può anche dire che il processo ecumenico, a mo’ di cerchio, si chiude e ritorna al punto di partenza di cento anni fa, quello ideato da suor Lurana White e dal ministro Paul Wattson della Chiesa episcopaliana poi divenuti cattolici, e successivamente, alla fine del secolo XIX, da Leone XIII. Si chiude non come si era aperto. All’inizio, cento anni fa si, pregava e per lungo tempo si è pregato per il “ritorno” dei dissidenti all’ovile della Chiesa romana. Erano pertanto prevalentemente i cattolici a pregare per la ricomposizione dell’unità. Poi si comprese che la questione era più complessa e si cominciò a pregare non più per un arretramento verso un impossibile passato, ma per un futuro disegnato da Dio stesso, “quando e come Dio vorrà” (Paul Couturier). Questo cambiamento di rotta si può considerare il primo frutto della precedente preghiera, che ha provocato un cammino di purificazione e conversione da una prospettiva di confronto tra Chiese ad un innalzamento dello sguardo verso Dio, pastore del suo popolo, capo guida di tutte le Chiese.La svolta di Couturier è opera dello Spirito Santo che non viene mai negato a chi lo invoca con fiducia (Lc 11,13). Senza l’azione dello Spirito il movimento ecumenico non sarebbe neppure nato: “La barca dell’ecumenismo non sarebbe mai uscita dal porto”, ha affermato Benedetto XVI. E si è anche domandato “che cosa diventerebbe il movimento ecumenico senza la preghiera personale e comune”, ad imitazione della preghiera di Gesù al padre perché i discepoli siano una cosa sola (Gv 17,21).Non si può dimenticare che negli stessi anni faceva i primi passi il movimento iniziato nel 1910 alla conferenza missionaria protestante di Edimburgo, in cui i membri furono scossi da un impulso dello Spirito che li indusse a “fare qualcosa” per evitare lo scandalo delle divisioni nei Paesi di missione.Da quell’incontro ebbero origine iniziative e sforzi d’ogni genere. Per la Chiesa cattolica c’è voluto più tempo, ma quando è giunta l’ora, tutta insieme si è aperta all’idea che la ricerca dell’unità fosse una priorità pastorale e un impegno irreversibile.In questo momento, dopo tanti successi e tante speranze, riposte talvolta in documenti sottoscritti o in assemblee partecipate con entusiasmo, rapporti condivisi di gruppi misti di dialogo, lo Spirito ammonisce le Chiese, attraverso le parole espresse da Benedetto XVI nella Basilica di San Paolo fuori le Mura, il 25 gennaio scorso, che “la ricomposizione dell’unità, che richiede ogni nostra energia e sforzo, sia comunque infinitamente superiore alle nostre possibilità”. Ed ha aggiunto: “Non è in nostro potere decidere quando o come quest’unità si realizzerà pienamente. Solo Dio può farlo”.La lucidità di questa presa di coscienza di realismo cristiano pieno di fiducia nel Signore, non deve essere considerata un alibi che giustifichi rassegnazione e passiva attesa dell’opera di Dio. Questo pericolo lo corre chi ha della preghiera una concezione quietista, mentre essa è la prima fase di una conversione della mente e del cuore. Non per nulla una giovane trappista, donna di preghiera, suor Maria Gabriella Sagheddu, citata dal Papa nel suo discorso, ha capito l’ecumenismo per intelletto di fede e alla luce dello Spirito. Oggi nella preghiera si deve chiedere soprattutto luce, per comprendere da che parte si deve sviluppare il percorso della riconciliazione, come affrontare le nuove sfide e le tentazioni a dividersi ancora, che livello di unità sia attualmente possibile oltre che necessario per evitare lo scandalo di una divisione conflittuale aperta, e come offrire credibilmente l’Evangelo ad un’umanità confusa e sofferente per le ferite dell’ignoranza, della fame e della violenza. Dalla comune preghiera di tutti i battezzati, primo livello di comunione, il mondo potrà scorgere all’orizzonte un segnale di speranza per un futuro di pace e riconoscere che Dio è amore, Deus Caritas.