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La Polonia a tre anni dall’ingresso nell’Ue
La Polonia, seppur con delle riserve riguardanti la Carta dei diritti fondamentali, ha sottoscritto la riforma del Trattato europeo. La mancata sottoscrizione del documento da parte del primo ministro Donald Tusk sarebbe in palese contrasto con quell’87% della popolazione, soddisfatta dell’adesione di Varsavia all’Ue. D’altronde però il primo ministro polacco subito dopo la solenne cerimonia di Lisbona ha sottolineato che in base ai “segnali provenienti dalla società civile” egli ha potuto “raccogliere degli indizi inequivocabili che la sottoscrizione del Trattato di riforma senza deroghe avrebbe potuto pregiudicare la sua ratifica da parte del parlamento”.Le analisi effettuate nei tre anni dall’allargamento rivelano la crescente soddisfazione dei polacchi per le nuove possibilità offerte loro da Bruxelles. Sono diminuite le preoccupazioni per la crescita dell’inflazione e della disoccupazione, è calato l’indebitamento delle famiglie, migliorata la valutazione della propria situazione materiale e della situazione economica del Paese.Il quadro generale della situazione rende ovvio che le riserve della Polonia espresse in merito alla Carta dei diritti fondamentali non scaturivano da ragioni economiche bensì da quelle etiche e morali. Mons. Henryk Muszynski, parlando a nome dell’episcopato polacco, ha rilevato che la Carta “è frutto di molti compromessi, e le formulazioni adottate non soddisfano nessuna delle parti” in quanto “la cultura europea è una cultura da una parte di una civiltà religiosa e dall’altra di quella laica, e non sempre tali elementi possono portare a trovare il comune denominatore”. I vescovi polacchi, e insieme a loro una parte della società civile (e in sua rappresentanza i parlamentari), hanno espresso delle remore in primo luogo in merito all’articolo 2 che garantisce ad ogni essere umano il diritto alla vita, all’art. 9 che garantisce “il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia” ma che “sembra suggerire la possibilità di un’altra famiglia, diversa da quella basata sull’unione tra uomo e donna” e all’articolo 21 della Carta che “pone allo stesso livello il divieto di discriminare le persone a causa della loro religione, del sesso e delle loro preferenze sessuali”.Secondo l’episcopato polacco nel suo insieme la Carta “è un importante tentativo di perseguire una più piena unità, non solo sul piano organizzativo ma anche nella sfera dei valori fondamentali che uniscono gli europei” e “permette di sperare che l’Unione europea desidera non solo costruire una comunità economica ma anche una comunità di persone basata sui valori più alti, la quale in quei valori cerchi il sostegno alla sua maggiore unità”.Restano quindi di sorprendente attualità le parole del card. Godfried Daneels, che interpellato nel 2003 in merito al futuro della Polonia nell’Ue ha affermato “Tutto dipende dalla forza dello spirito. Un giorno anche in Polonia avremo il problema della secolarizzazione. Questo è inevitabile, in quanto la secolarizzazione scaturisce dalla convinzione caratteristica per la nostra cultura del benessere che l’uomo possa fare tutto da solo. L’uomo che vive convinto di poter ottenere dei successi illimitati si pone al posto di Dio. Se nei Paesi dell’Europa dell’Est il processo di secolarizzazione avverrà più o meno rapidamente dipende dalla forza interiore delle convinzioni religiose delle persone e dalla forza con la quale esse si opporranno allo stile di vita edonista e consumistico, quando la situazione economica del Paese migliorerà”.