CHIESA ED EUROPA

Il necessario servizio

Nota di un vescovo della Comece su “L’Osservatore Romano”

Finanza al servizio del bene comune, clima ed energia, immigrazione e diritto d’asilo, conciliazione di lavoro e famiglia: sono temi in discussione all’interno dell’Unione europea e di cui si parlerà durante le “Settimane sociali europee”, traduzione europea delle “Settimane sociali”, che si terranno a Danzica in Polonia dall’8 all’11 ottobre 2009. Temi sui quali la Comece è impegnata quotidianamente a far presente la voce dei cattolici, come scrive mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi, rappresentante della Conferenza episcopale italiana presso la Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea, su “L’Osservatore Romano” del 18 dicembre.Una malintesa libertà. “In questi ultimi anni, o decenni, l’Europa, in particolare dopo la caduta dei muri nel 1989, si trova di fronte ad una sfida che possiamo ben dire epocale a partire dalla deriva della secolarizzazione e dell’individualismo che interessa tutto il mondo occidentale e l’Europa in particolare”, osserva mons. Merisi. “L’accezione malintesa della libertà, con la pressione dell’edonismo, ha generato quella che giustamente viene definita la moderna questione antropologica, che si intreccia ed in qualche modo segue i precedenti dibattiti sui diritti politici, sociali e civili”, aggiunge. In questo contesto “la Chiesa ha giustamente sottolineato l’esigenza di partire o ripartire dal riconoscimento anche esplicito delle radici cristiane del Continente per affrontare e risolvere il problema del bene vero degli uomini nel rispetto di giustizia e libertà, nell’accettazione di un modo corretto di intendere la laicità e il pluralismo democratico”.Uniti nella diversità. “È giusto – scrive il vescovo – che per camminare uniti nella diversità si identifichino delle regole, ma non si può identificare il destino dei popoli unicamente a partire dalle regole. Occorre identificare e proporre delle regole che consentono di realizzare obiettivi condivisi su cui, appunto, le Chiese e le comunità religiose possono offrire importanti contributi, sempre in dialogo con tutte le persone di buona volontà e dentro un quadro che tenga conto delle radici vere del Continente, nel rispetto di quel diritto naturale a cui giustamente tutti vanno invitati a far riferimento”. Riguardo, poi, alla partecipazione dei popoli europei alla identificazione e alla realizzazione degli obiettivi comuni, “il cosiddetto Piano D (democrazia, dialogo, dibattito), proposto dalla Commissione europea, può consentire qualche passo in avanti, offrendo a tutti spazi di partecipazione, di ascolto vicendevole, di contributo effettivo alla promozione e alla determinazione dei percorsi comuni”. Vanno coinvolte in questa direzione “sia le forze politiche che le forze sociali e culturali di tutti i Paesi”. Il ruolo della Chiesa. Importante anche “la presenza e il riconoscimento del fattore religioso nel cammino dell’Europa” che “va non solo riconosciuto e apprezzato, ma anche valorizzato nella logica della promozione del bene comune, che deve fondarsi sulla libertà e sulla libertà religiosa”. Le espressioni presenti su questo tema nel Trattato di Lisbona “sono significative, sia per il riconoscimento dello statuto proprio delle Chiese in ogni Stato, sia per l’apertura al dialogo regolare e trasparente ivi prospettata”. Il rapporto con le istituzioni comunitarie e prima ancora l’impegno di testimonianza del Vangelo, secondo mons. Merisi, “chiedono alla Chiesa cattolica di continuare il suo servizio di evangelizzazione e di promozione umana mai così necessario come in questo momento della storia del nostro Continente”.Uno sguardo all’attualità. “C’è innanzitutto il problema del Trattato di Lisbona, della sua ratifica, della sua entrata in vigore”, sostiene mons. Merisi che pur sottolineando come il Trattato non sia perfetto la sua entrata in vigore “consentirebbe passi in avanti positivi nella direzione del cammino comune e della partecipazione dei popoli e dei cittadini al cammino comune, nella logica della democrazia e della corresponsabilità”. In rapporto con il Trattato di Lisbona e la partecipazione democratica “si pongono i temi dei grandi valori che stanno alla base di questo cammino comune: la libertà, la giustizia, la vita e la pace, l’uguaglianza, la solidarietà e la sussidiarietà da considerare sempre insieme se si vuole dare al motto «uniti nella diversità» il suo significato più vero”. “I problemi che oggi stanno di fronte ai popoli e ai governi, integrazione e immigrazione in primis, vanno guardati e studiati in un contesto che sappia accogliere e realizzare i grandi principi dell’accoglienza e della legalità, tante volte evocati dal magistero della Chiesa”, evidenzia mons. Merisi, che parla anche di attenzione agli ambiti geografici, il Mediterraneo e i Balcani ad esempio, senza dimenticare i nuovi problemi che si manifestano sui confini orientali” e “il problema generale dei confini e dei nuovi ingressi con la esigenza di verifica sul rispetto dei diritti e compatibilità dei Paesi candidati o in attesa”.