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La sindrome populista

Un rischio che i Paesi d’Europa non possono correre

La presenza dei partiti populisti all’interno della politica europea è spesso fonte di inquietudine. Nel corso dei secoli, il “populismo” ha conosciuto due modalità di interpretazione opposte. In primo luogo, ci fu la convinzione che fosse sufficiente per un uomo politico, se capace di farlo, servirsi dei propri istinti e delle reazioni del popolo per realizzare un programma politico. La saggezza, la comprensione istintiva dei meccanismi che governano il mondo e l’istinto di conservazione avrebbero dovuto rendere più degna di fiducia “la gente comune” rispetto alle “élite illuminate”. In questa corrente, convinta che la ragione e la virtù del popolo siano la somma di queste caratteristiche nei rispettivi individui, si ritiene che maggiore è il numero delle persone incolte, più esse saranno capaci di giudicare le questioni nello stesso modo e anche meglio delle persone più dotte.Un’altra forma di populismo si basa sull’intenzione di servirsi della tanto frequente ignoranza del popolo. Gli uomini politici fanno quindi appello ai sentimenti della gente comune, cercando il sostegno dell’opinione non illuminata, anche nelle questioni di cui le persone non hanno nessuna conoscenza, per prendere decisioni ragionevoli. Per ottenere tale sostegno, essi ricorrono nella maggior parte dei casi alla demagogia, alla paura e ai pregiudizi. Quest’ultima forma di populismo esprime il disprezzo di questa parte dell’elite politica nei confronti dell'”uomo comune”. La politica – secondo loro – è troppo complicata perché possano comprenderla. Se nelle democrazie la loro partecipazione alla sfera politica è indispensabile, è dunque necessario fare riferimento non alla capacità di comprensione ma alle emozioni degli elettori. “La gentilezza e il dialogo razionale, questi sono gli strumenti utilizzati con le persone ragionevoli, ma non servono a niente quando bisogna affrontare la società”, scrive un uomo politico liberale. “Penso che il problema consista nel fatto che noi liberali siamo in generale più intelligenti, più saggi e meglio istruiti, e che, per convincere la società che le nostre argomentazioni pure e ben concepite sono vere e coerenti, ci possiamo permettere molto di più”. Cito queste parole non per condannare i populisti liberali, ma per attirare l’attenzione sul fatto che, nella politica attuale, la sindrome populista va al di là del quadro delle ideologie concrete o dei sistemi politici e può essere considerata una dimensione della cultura politica in generale. Conosciamo, dunque, sia casi di populismo rivoluzionario, sia reazionari di sinistra, di destra o di centro. Ma qualche volta ci è difficile vedere che il demos si sottomette alle parole d’ordine populiste non soltanto quando vota contro le nostre aspettative, ma anche quando approva pienamente i nostri progetti. Questa difficoltà fa sì che, senza percepirne le contraddizioni, alcuni sono capaci nello stesso tempo di rallegrarsi del trionfo di Barack Obama sul populismo dei repubblicani e di lamentarsi della vittoria del populismo in California, dove queste stesse persone, che hanno eletto un presidente nero, si sono pronunciate in occasione del referendum contro il matrimonio delle persone dello stesso sesso. La popolarità del populismo è strettamente legata all’ipermediatizzazione. La televisione e gli altri mezzi visivi, minando nell’uomo la facoltà di pensare in modo logico, fanno entrare la società occidentale in un’epoca di post-pensiero. È difficile per gli uomini politici, che hanno a che fare con un elettorato così formato e nello stesso tempo dotato di strumenti così potenti, resistere alla tentazione populista, soprattutto quando non vi resistono neanche i loro concorrenti politici.Siamo condannati al populismo? Nell’insegnamento di Benedetto XVI, troveremo due “fusibili” che potrebbero impedire alla democrazia di deformarsi in un regime insensato. È lo spirito aperto alla Trascendenza e il diritto naturale che uno spirito giusto è capace di discernere.