UCRAINA

L’orribile carestia

II 75° anniversario dell’Holodomor ricordato da Benedetto XVI

“Pregare per questo genocidio che ha tolto la vita a quasi sei milioni di persone”: è la richiesta, rivolta il 22 novembre ai fedeli, dall’arcivescovo metropolita della Chiesa cattolica ucraina Mieczyslaw Mokrzycki, in occasione del 75° anniversario dell’Holodomor, la terribile carestia che durante il regime comunista negli anni 1932-1933 ha causato milioni di morti in Ucraina e in altre regioni dell’Unione Sovietica. Anche il Papa l’ha ricordata, domenica 23 novembre dopo l’Angelus. In questa nota Pavlo Vyshkovkyy, corrispondente di SIR Europa dall’Ucraina, ne ripercorre i tratti salienti.Su invito dei responsabili di tutte le Chiese – ortodosse, cattoliche e protestanti – il 22 novembre in tutto il Paese si è pregato per le vittime dell’Holodomor. Anche il presidente Yuschenco ha esortato la comunità internazionale a ricordare questo tragico avvenimento, così come i patriarchi ortodossi Bartolomeo I di Costantinopoli ed Alessio II di Mosca. Intanto tra i giovani ucraini è nato il movimento ecumenico “Comunione”, di cui fanno già parte numerosi appartenenti a diverse religioni, che ha lo scopo di pregare e far conoscere al mondo questa enorme tragedia che, collocandosi all’interno dello scontro tra il partito bolscevico e le masse contadine, ha conosciuto due fasi – la prima negli anni 1918-1922; la seconda dal 1928 al 1933 – e ha visto la morte per fucilazione o per fame di migliaia di persone. Gli aiuti finanziari e la corrispondenza epistolare inviati dal Vaticano erano rigidamente controllati dal governo. Il Vaticano, però, non poteva accettare questa censura, e neppure che la nomina dei vescovi venisse fatta da rappresentanti del governo sovietico e che ai sacerdoti fosse proibito impartire ai giovani l’educazione spirituale e religiosa. Negli anni 1928-29 numerosi preti cattolici vennero arrestati e costretti a confessare di essere spie, e molti cattolici latini furono torturati come “nemici del popolo”, privati dei propri beni e deportati insieme ai familiari in regioni remote del Paese. Tra il 1930 e il 1931 nell’Urss furono deportate in Siberia 381 mila famiglie, di cui 64 mila ucraine, per un totale di un milione e 800 mila persone. Le autorità tentarono di chiudere le chiese, scatenando forti reazioni da parte dei contadini. Di qui l’offensiva contro chiese, monasteri, santuari e comunità religiose, considerati “un caposaldo dei kulaki”. La Chiesa rappresentava peraltro il principale punto di riferimento di quest’oceano contadino, che alla fine degli anni trenta costituiva l’80% della popolazione. La chiusura delle chiese e gli arresti dei preti rappresentarono un passo decisivo nella distruzione del mondo rurale. Questi eventi si verificarono in modo particolare tra novembre 1932 e giugno 1933, e rappresentarono una vera e propria catastrofe. Le stime più attendibili parlano di circa 10 milioni di vittime soprattutto in Ucraina, Kazakhstan, e nel Caucaso settentrionale, ma anche in regioni russe come il basso Volga.In quel periodo si registrarono in Ucraina alcuni casi di cannibalismo. Il console italiano di Harkov, una regione fra le più colpite dalla carestia, attesta che in quella città affluivano non solo i contadini che in campagna non riuscivano più a sopravvivere, ma anche i bambini, portati e lì abbandonati dai genitori nella speranza che qualcuno si prendesse cura di loro. Nella primavera del 1933 la mortalità nelle campagne arrivò al culmine, perché alla fame si aggiunse il tifo. In villaggi con migliaia di abitanti sopravvissero soltanto poche decine di persone.I cattolici che non entravano nei kolchoz erano lasciati morire di fame e di malattia, come testimonia D. Kwasniuk dal villaggio Pidlisnyj Mukariv: “Nessuno veniva a visitarci o entrava in casa nostra dove cinque bambini morivano di fame. Due morirono sotto i nostri occhi. Ci lasciarono tra le nude mura e, grazie a Dio, avevamo ancora un tetto sopra di noi e qualche sacco di fieno per il cavallo. Per miracolo non lo videro perché era nascosto e allora potemmo mangiarlo. In dicembre mia sorella si ammalò di meningite. Nel tentativo di salvarla mio padre si rivolse ai medici, ma non avevamo soldi e nessuno volle curarla. Il 28 gennaio morì. Mio padre si alzò e andò al kolchoz a chiedere i cavalli per trasportare in città il feretro e fare il funerale nel cimitero, perché da noi non c’era. Dopo il funerale papà si ammalò gravemente e il 16 marzo dello stesso anno morì”.La Santa Sede, dal canto suo, sostenne diverse mense popolari, e nelle città in cui queste non c’erano inviò migliaia di pacchi di viveri e distribuì indumenti a tutti i bisognosi, senza distinzione di età, razza o religione. E tutto questo nonostante le durissime persecuzioni del governo contro la Chiesa cattolica. È possibile che nei primi anni si siano svolte anche delle trattative sulla posizione della Chiesa nello Stato sovietico, ma senza risultati tangibili.