FRANCIA
Un dossier dei vescovi sul dialogo interreligioso
Nella sua storia, la società francese è stata fortemente segnata da profonde evoluzioni che hanno mutato negli anni la sua dimensione religiosa. I cristiani si trovano così oggi a convivere con credenti di altre religioni, ebrei, musulmani, buddisti. “Che lo vogliano o no, vivono sempre più in situazioni interculturali ed interreligiose. È una situazione di fatto. E nello stesso tempo, un’occasione per riflettere sui fondamenti e gli obiettivi del dialogo interreligioso”. Si apre con questa premessa il testo sull’impegno della Chiesa cattolica nel dialogo interreligioso, presentato da mons. Michel Santier all’ultima assemblea plenaria dei vescovi francesi (4-9 novembre), che ha dedicato a questo argomento una sessione dei lavori. Mons. Santier presiede il Consiglio per le relazioni interreligiose della Conferenza episcopale francese che, con l’aiuto di esperti, ha appunto elaborato il testo che presentiamo in sintesi. Sgomberare il campo da paure ed equivoci. Il Dossier si apre con un chiarimento. Una riflessione sull’impegno della Chiesa cattolica nel dialogo interreligioso “s’impone perché sono numerosi oggi i cristiani che non percepiscono, o non la percepiscono ancora, l’importanza di questo dialogo e spesso manifestano anche dei timori. Questi timori si trovano non solamente nelle correnti più tradizionaliste; sono espressi anche dai cristiani che non appartengono a nessuna corrente e che, in buona fede, sottolineano i rischi, o meglio i pericoli del dialogo interreligioso per la Chiesa cattolica”. Questo atteggiamento lo si osserva soprattutto nei confronti dell’Islam. “In questa situazione – scrive il gruppo di esperti – è importante dissipare il terreno da un certo numero di fraintendimenti. Innanzitutto non sono le religioni che dialogano tra loro, ma sono i credenti. Inoltre, dialogare non significa necessariamente trovare un’«intesa» o essere in «accordo»; implica piuttosto che ciascuno possa affermare ciò che crede, sempre nel rispetto dell’altro; e se non ha come fine la conversione dell’altro, il dialogo non dispensa dall’annuncio del Vangelo”.Non è “ecumenismo”. Altra precisazione è quella di non confondere il dialogo interreligioso con il dialogo ecumenico. Perché, si legge nel testo, “che differenti tradizioni religiose si siano sviluppate nella storia dell’umanità è un fatto normale”; ma “che i cristiani siano divisi tra loro è una situazione anormale di cui tutti i cristiani dovrebbero soffrire”. Per cui, “scopo dell’ecumenismo è restaurare l’unità tra i cristiani, conformemente alla volontà stessa di Cristo”. “L’obiettivo invece perseguito dal dialogo interreligioso è favorire la comprensione e la collaborazione tra le persone e le comunità appartenenti a religioni differenti, per rendere possibili la vita insieme e la pace”. Una responsabilità. La Chiesa ha una responsabilità. In un mondo sempre più multiculturale e multireligioso sono facili le tensioni. La posta in gioco è quella di rendere “feconda” l’appartenenza ad una identità religiosa e “il riconoscimento dell’alterità, nel quadro della laicità”. In questo ambito, “la Chiesa può promuovere atteggiamenti di rispetto e di accoglienza delle differenze, non più percepite come minaccia, ma riconosciute come arricchimento reciproco”. La Chiesa, secondo il gruppo di esperti francesi, può pertanto “svolgere un ruolo privilegiato, sensibilizzando i cattolici alla ricchezza delle loro secolari tradizioni di rispetto e ospitalità, e formandoli all’arte e alla deontologia dell’incontro”. Le condizioni del dialogo. Il testo propone, a questo punto, alcune “condizioni” perché il dialogo interreligioso sia “autentico e fruttuoso”. “È essenziale – scrivono gli esperti – che il dialogo interreligioso, se da una parte permette di conoscere meglio il punto di vista dell’altro, dia anche ai cristiani la possibilità di rendere testimonianza del Vangelo”. “Il dialogo, inteso in questa maniera, aiuta così i cristiani a maturare una consapevolezza più profonda di ciò che essi vivono e di testimoniarlo agli altri”. Inoltre, “perché l’incontro sia vero e fruttuoso, è necessario anche che ci siano uomini e donne che abbiano il desiderio di conoscersi”. Il dialogo richiede pertanto “incontri regolari, che non siano però puramente intellettuali, ma umani e sereni. E ciò implica del tempo”. Il dialogo poi sarà davvero sincero se “ciascuno ha il coraggio di dire ciò che ritiene vero, ma senza aggressività”, rispettando cioè le opinioni degli altri, perché “non c’è carità senza rispetto, e il rispetto dell’alterità è una condizione della pace”. Il Dossier, a questo punto, si conclude con una riflessione: la via del dialogo “è assolutamente un cammino difficile ed esigente. Ma possiamo anche affermare che se ben compreso, esso permette ai cristiani di andare sempre più lontano nel sondare la profondità del mistero di Cristo”.