INGHILTERRA
Un programma di reinserimento per detenuti
Un modo per trovarsi un lavoro e ricostruirsi una vita una volta usciti dalla prigione, per riacquistare fiducia in se stessi diventando padri e madri migliori o per restituire alla società quello che si è ricevuto. È quello che una laurea garantisce ai carcerati secondo Pat Jones, direttrice del “Prisoners’ Education Trust”, una charity che sostiene i detenuti che vogliono continuare gli studi dopo la scuola media. Silvia Guzzetti per SIR Europa l’ha intervistata.Come opera il vostro Trust?“Diamo soldi ai detenuti perché continuino a studiare oltre i sedici anni, quello che in inglese si chiama livello Gcse e che corrisponde alla scuola media. Fino a questa età il finanziamento è governativo ma chi vuole continuare, fino al diploma e alla laurea, deve essere sponsorizzato da una charity come la nostra. Siamo la più importante in questo settore. Una parte dei soldi che gestiamo viene dal Governo. Si tratta di fondi insufficienti perché la maggior parte dei soldi pubblici sono per chi non ha una educazione di base. Sponsorizziamo soprattutto corsi della Open University, una grande università per corrispondenza che offre lauree di ogni tipo”.E come si svolge, concretamente, il vostro lavoro?“Abbiamo un contatto in ogni prigione con lo staff che si occupa dell’istruzione dei carcerati. In alcune prigioni esiste anche un funzionario che si occupa specificamente di studi per corrispondenza. Questi funzionari incoraggiano i detenuti ad approfittare dei nostri fondi. Per fare domanda devono scrivere una lettera nella quale spiegano il loro piano con realismo, specificando anche le loro esperienze precedenti ed eventuali qualifiche di cui sono già in possesso. Questo per escludere qualsiasi ‘titolo’ che sia collegato al reato per il quale il detenuto sta scontando una pena”.Perché l’apprendimento a distanza?“È adatto ai carcerati che per ragioni di sicurezza non possono lasciare l’istituto di pena, dà loro continuità, anche se vengono trasferiti da una prigione all’altra, garantisce un’ampia scelta di materie, oltre cento, e consente loro di impiegare in modo positivo il tempo trascorso in cella”.Condivide la scelta del Governo di destinare la gran parte dei fondi per l’educazione dei detenuti a chi deve conseguire il diploma di scuola media?“È comprensibile se consideriamo che il 55% dei detenuti non ha educazione di base, anche se in questo modo il 45% di carcerati che ha già questo livello di istruzione di base e vuole continuare risulta penalizzato. In questo momento sponsorizziamo oltre 2300 carcerati all’anno ma dobbiamo dire di no ad altrettanti per mancanza di soldi. In Europa i detenuti con una laurea sono tra il 3 e il 5% della popolazione carceraria, nel Regno Unito solo l’1,5%. Siamo indietro”.Che cosa significa per un detenuto conseguire un titolo di studio se poi è destinato a scontare un lungo periodo di pena?“Un diploma o una laurea garantiscono loro competenze nuove, aumentano il loro senso di stima personale, molti dicono anche di voler aiutare altri ad evitare di fare gli stessi errori che hanno fatto loro. Un carcerato del Kent che è arrivato in prigione senza nessuna qualifica ed è riuscito a diplomarsi mi ha detto che, quando ha passato l’esame, è stata la prima volta che la sua famiglia è stata orgogliosa di lui. Una donna che faceva uso di droga e aveva trascorso la gioventù in istituzioni, senza mai toccare un libro, ha studiato in prigione per due anni e coltiva il sogno di diventare zoologa”.Lo studio come occasione di riscatto?“I detenuti hanno commesso un crimine ed è giusto che paghino per questo, però spesso provengono da condizioni sociali molto svantaggiate. Il 55% proviene da famiglie di divorziati e ha fatto fatica a scuola, il 70% ha problemi di salute mentale, il 45% non aveva un lavoro, il 50% non aveva una casa e il 30-40% aveva una difficoltà di apprendimento della quale nessuno si era accorto. Le prigioni rispondono anche al bisogno del Governo di far vedere che non si transige con chi viola la legge”.Offrite la stessa opportunità anche a chi si trova nei carceri minorili?“Diamo anche a loro la possibilità di seguire corsi per corrispondenza e consigli su quale materia possono scegliere e su come sviluppare la loro carriera. Abbiamo anche un progetto per formare dei tutor che hanno studiato a distanza e possono aiutare chi ha appena cominciato. Vi sono ad oggi 12 giovani che aiutano i loro coetanei”.Nel vostro lavoro collaborate anche con le Chiese?“Siamo una charity di tipo secolare ma abbiamo rapporti stretti con le chiese. Tra i nostri amministratori ci sono anche cristiani praticanti e quindi hanno ottimi rapporti con le chiese. Le Chiese, quella Cattolica in particolare, hanno un interesse naturale per i detenuti e sono molto attente ai loro bisogni. Significativa una domanda che viene da un rappresentante della realtà cattolica: consideriamo le prigioni come magazzini per accantonare gli incorreggibili o serre dove riportare in vita chi può essere recuperato?”.