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Una finestra si è aperta

Ue e Usa: quali opportunità con la presidenza Obama?

Le due sponde dell’Atlantico assomigliano ad una vecchia coppia per la quale il divorzio sarebbe impossibile, ma che spende gran parte della propria energia ad accapigliarsi, ad eccezione di quelle particolari circostanze che impongono loro di ritrovare l’unità. Come in tutte le famiglie, gli avvenimenti drammatici (come è stato il caso delle guerre o, più recentemente, dell’11 settembre) e i momenti felici offrono l’occasione per dimenticare litigi o risentimenti. E’ il caso dell’elezione di Barack Obama, dopo quasi otto anni di incomprensione, se non addirittura di rottura, tra l’Europa e l’amministrazione Bush. Anche gli alleati più fedeli, come i tedeschi, si mostravano critici e riservati. Nel corso di questo periodo di raffreddamento, sono stati pochi i dossier sui quali americani ed europei sono riusciti a collaborare (Iran, Afghanistan), mentre si sono moltiplicate le tensioni, le incomprensioni o l’incapacità di intendersi su dossier concreti: divergenze sul riscaldamento climatico, sul commercio mondiale, sul controllo finanziario, sul Vicino Oriente, sulle relazioni con la Russia, tanto per fare qualche esempio.Due avvenimenti concomitanti hanno appena cambiato questo dato e ridistribuito le carte: la crisi finanziaria internazionale e l’elezione trionfale di Obama. Un terzo elemento è frutto dell’evoluzione stessa dell’Europa. Essa acquista progressivamente coscienza della necessità di affermare il proprio ruolo ed i propri interessi, mentre il solito guastafeste (la Francia), da quando è stato eletto Nicolas Sarkozy, ha adottato un atteggiamento più favorevole e posizioni assai più vicine a quelle degli Stati Uniti (ad esempio sull’Iran).Si è dunque insediata una certa euforia negli ambienti diplomatici e politici europei, nella convinzione che potrebbe essere dato nuovo impulso alle relazioni atlantiche. Questo ottimismo è certamente giustificato: prima di tutto, perché era difficile poter cadere più in basso. E poi perché certe prese di posizione di Obama non possono che creare convergenza con le posizioni europee: la prospettiva del ritiro dal pantano iracheno o l’influenza delle idee di Al Gore sul nuovo Presidente non possono che contribuire al riavvicinamento euro-americano, come pure le posizioni di Barack Obama sull’apertura di un dialogo (fermo) con l’Iran. Non ci sono neppure grosse divergenze di analisi sulla situazione in Afghanistan.In compenso, vari dossier particolarmente difficili rischiano di mettere alla prova le dimostrazioni di buona volontà e di amicizia alle quali si sono lasciati andare tutti i leader occidentali. Che avverrà per esempio dei negoziati di Doha sul commercio internazionale? Se la posizione americana si evolverà, lo farà probabilmente in direzione di un irrigidimento. La situazione economica degli Stati Uniti e la necessità per i democratici di evitare uno sciopero massiccio dei colletti blu potrebbe facilmente comportare il rinvio di un accordo alle calende greche. Evitare il ritorno al protezionismo sarebbe già una vittoria. Su altri dossier caldi, i punti di vista di Obama sono stati espressi con l’imprecisione che è tipica di qualsiasi campagna elettorale. Quale sarà la sua politica in Medio Oriente, al di là delle dichiarazioni generiche sulla sicurezza di Israele e il diritto dei Palestinesi ad uno Stato? Come si tradurranno i consensi ritrovati in termini di condivisione dei costi finanziari, umani e militari della guerra in Afghanistan ? Come riconciliare e coordinare i tentativi esitanti degli Europei in materia diplomatica e di difesa con le visioni più decise degli Stati Uniti?Bisogna dissipare un’illusione, quella del ritrovamento di una perfetta armonia dopo i disaccordi di questi ultimi anni. Perché, a prescindere dalle buone volontà reciproche, gli interessi fondamentali degli uni e degli altri tornano continuamente in superficie e si impongono anche tra i migliori amici del mondo. L’Europa, per esempio, dipende in gran parte dall’energia russa e non ha i mezzi (né la volontà) di essere una potenza militare globale.Non possediamo che qualche certezza per evidenziare il nuovo dato delle relazioni internazionali: gli Stati Uniti sono ancora la più grande potenza del pianeta, ma l’unilateralismo è inefficace e ormai insostenibile; i paesi emergenti sono diventati gli attori inevitabili di un sistema di governance globale: l’Europa s’impone come « soft power », ma resta un Gulliver impacciato, impotente, senza l’aiuto degli Stati Uniti. Infine, l’alleanza euro-americana, se fondata su una reale collaborazione, resta una « winning card » senza eguali. Si è aperta una finestra di opportunità. Sarebbe un peccato farsi sfuggire questa occasione.