COMECE
Cambiamento climatico: una riflessione cristiana
“Il cambiamento climatico è sempre più percepito come una questione di sopravvivenza per gran parte dell’umanità” ed “è ora di riconoscere che la lotta” a questo fenomeno “è anzitutto una questione etica”. Ad affermarlo, il Gruppo di esperti istituito nello scorso mese di gennaio dalla Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), che il 29 ottobre ha presentato a Bruxelles il suo Rapporto per i vescovi intitolato “Una riflessione cristiana sul cambiamento climatico”. Ripensare gli stili di vita. Secondo il Gruppo di lavoro, costituito da dieci esponenti europei del mondo politico e scientifico e presieduto da Franz Fischler, già commissario Ue, “per risolvere il problema ecologico occorre ripensare alcuni modelli organizzativi della società, i nostri stili di vita e il nostro sistema di valori”, ma occorrono inoltre “una leadership politica forte” e, “più profondamente, una riflessione e un dibattito etici ” che “potrebbero appoggiarsi sulla teologia cristiana” e sulla dottrina sociale della Chiesa. Valori come “il rispetto della dignità umana, la giustizia globale, i principi di sussidiarietà e solidarietà, la responsabilità per il bene comune possono essere applicati anche nella valutazione delle politiche climatiche”.Conseguenze più gravi per i poveri. Nel suo quarto Rapporto (2007), il Foro intergovernativo per il cambiamento climatico (Ipcc) stima che senza serie misure di riduzione delle emissioni, entro il 2100 la temperatura globale potrebbe crescere in un range compreso tra 1.6 e 6.9 gradi centigradi rispetto al livello preindustriale. Sebbene tale cambiamento “possa avere un serio impatto sull’Europa, le sue conseguenze saranno più gravi in altre parti del mondo”, in particolare “sulle comunità più povere con minori capacità di adattamento ed alta vulnerabilità” osservano gli esperti. Di qui la necessità di “limitare il più possibile l’aumento della temperatura”. “L’inazione sarebbe imperdonabile – sostiene il Rapporto della Comece – tanto più che le misure richieste non esigono sacrifici inaccettabili per il mondo industrializzato” e “la protezione del clima contribuisce in maniera significativa alla lotta contro la malnutrizione, le malattie e la povertà”.Il ruolo dell’Unione europea. Per gli esperti “il cambiamento climatico è anche una questione di giustizia intra e intergenerazionale”; di qui, sulla base di un principio di responsabilità comuni ma differenziate”, il richiamo all’Unione europea, che “ha una particolare responsabilità, non solo nella storia del fenomeno, ma anche per i mezzi tecnologici e finanziari che possiede e per la sua esperienza in materia di cooperazione”, ad assumere “la leadership” e ad essere “una voce forte che parla a favore dei più poveri e delle generazioni future, le categorie che in futuro pagheranno il tributo più pesante al cambiamento climatico”. Ma l’Ue “ha anche il dovere di intraprendere ogni azione possibile per convincere tutti gli attori coinvolti della necessità di proteggere il cima del pianeta”. Occorre comprendere – sostengono gli autori del Rapporto – che questo cambiamento “non è che uno dei sintomi dell’insostenibilità dello stile di vita, dei modelli di produzione e di consumo che si sono sviluppati nel mondo industrializzato”; pertanto “la sfida dell’ecologia non è solo l’urgenza pressante di ristrutturare gli attuali metodi di produzione ma è, anzitutto, l’adozione di nuovi stili di vita, meno dipendenti dai beni materiali e più basati sui beni culturali e relazionali. La Chiesa cattolica e tutte le tradizioni cristiane sono le più idonee a diffondere questi cambiamenti”, sia “attraverso proposte concrete, sia attraverso il proprio esempio”. L’esempio della Chiesa. Al riguardo, afferma il Gruppo di lavoro, “la ratifica da parte della Santa Sede della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (1992, ndr) e del Protocollo di Kyoto sarebbe un importante segnale per i cristiani e per il mondo”, così come “sarebbe utile che un’importante enciclica dedicata alle questioni ambientali diffondesse le buone pratiche delle Chiese come esempio per gli altri”. Per gli esperti, la Chiesa dovrebbe inoltre “essere in prima linea investendo in progetti etici e sostenibili e sviluppando nelle sue attività economiche concetti di responsabilità sociale d’impresa”. I cristiani, da parte loro, dovranno “prendere le distanze dallo stile di vita dominante nei nostri Paesi, troppo centrato sui consumi”. Occorre, sottolinea ancora il Rapporto, “una visione più globale della vita umana” e “una relazione responsabile con gli spazi nei quali viviamo”; tuttavia un cambiamento significativo nel nostro stile di vita “sarà possibile se la ‘sobrietà’ volontaria verrà accettata come virtù centrale”. “Promuovere il concetto di sobrietà – conclude il documento – non ha lo scopo di abbassare, bensì di promuovere una superiore qualità di vita”; non si tratta di “rinunciare al desiderio di beni materiali, ma di operare un discernimento tra l’essenziale ed il superfluo”.