KOSOVO

Non si torna indietro

Serbi e albanesi insieme per il futuro del Paese

A oggi la neonata Repubblica del Kosovo, provincia serba che il 17 febbraio scorso ha proclamato unilateralmente l’indipendenza da Belgrado, ha il riconoscimento di 51 Paesi, tra cui gli Stati Uniti e due terzi dell’Unione Europea. C’è divisione in ambito internazionale e la forte opposizione russa contribuisce a tenere viva la querelle diplomatica. Un contrasto che si riflette anche all’interno del Kosovo dove una piccola parte della provincia, a nord della città di Mitrovica, non riconosce le nuove autorità. Poche settimana fa il governo serbo ha ottenuto l’approvazione da parte dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite di una risoluzione in cui si chiede dalla Corte di Giustizia Internazionale di pronunciarsi sulla legittimità dell’indipendenza di Pristina. “Non possiamo tornare al passato dobbiamo lavorare insieme, serbi e albanesi, per il futuro del Kosovo ricordando come non vi sia alternativa all’ingresso comune nell’Unione Europea”. È questo l’auspicio di mons. Dode Gjergji, amministratore apostolico di Prizren, per la soluzione della difficile situazione kosovara. Un messaggio raccolto da Michele Luppi, a nome di SIR Europa, in un’intervista con il vescovo.Il Kosovo sta attraversando un periodo molto delicato della sua storia. Quale ruolo può avere la Chiesa cattolica per favorire il dialogo e la riconciliazione?“La Chiesa cattolica vuole rappresentare una fiamma di pace, una voce che chiama nel deserto per favorire la convivenza e la riconciliazione. Siamo consapevoli di non poter cambiare le cose da soli perché siamo una piccola realtà (i cattolici in Kosovo, circa 70 mila, rappresentano il 3,5% della popolazione per oltre il 90% musulmani, i restanti sono cristiano ortodossi ndr) ma cerchiamo di dare il nostro contributo per costruire una casa comune dove tutti possano guardare con serenità al proprio futuro”.Come sono i rapporti con le altre confessioni religiose?“Con la comunità Islamica i rapporti sono buoni e cerchiamo di lavorare insieme per promuovere i valori comuni come la tutela della famiglia e il rispetto della vita. Poche settimane fa abbiamo firmato un memorandum congiunto contro la tratta delle persone, un problema sentito in tutti i Balcani, mentre al momento dell’approvazione della nuova costituzione kosovara abbiamo lavorato insieme per cercare di modificare un testo che su alcune tematiche etiche consideriamo troppo liberale”.Come sono i rapporti con la Chiesa Ortodossa, (le vicende politiche hanno creato in passato alcuni contrasti, non bisogna dimenticare, infatti, che i cattolici sono quasi interamente di etnia albanese mentre gli ortodossi di etnia serba ndr) vi sono stati dei segnali di riavvicinamento negli ultimi mesi?“Posso dire che dal basso qualcosa si sta muovendo e i contatti con i fratelli ortodossi non mancano, questi sono però più a livello di persone che di Chiese. Non ci resta che continuare a pregare perché la polvere di odio e nazionalismo che ancora riveste molti cuori possa essere spazzata via. Solo allora potranno riaffiorare i valori cristiani che ci accomunano”.In passato la Chiesa kosovara era stata definita “fiorente” da un Nunzio Apostolico. A distanza di anni qual è la risposta oggi al messaggio evangelico?“La nostra è una Chiesa piccola ma viva che continua a dare frutti, le vocazioni non mancano e nemmeno le conversioni. Lo scorso hanno ad esempio abbiamo accompagnato cento catecumeni al battesimo”.Come ha reagito la maggioranza musulmana?“Vi sono state un po’ di polemiche sui giornali e nell’opinione pubblica ma tutto è rimasto nel campo della dialettica e del confronto di idee”.Una Chiesa che sta cullando il sogno di costruire una cattedrale nel cuore di Pristina dedicata a Madre Teresa, nata proprio in Kosovo. Come procedono i lavori?“Negli ultimi due anni abbiamo lavorato molto per questo obiettivo e finalmente iniziamo a vedere i primi frutti. Entro la prossima pasqua dovremmo riuscire ad ultimare gli edifici della curia e il centro pastorale mentre per la cattedrale siamo ancora alle fondamenta e penso dovremo aspettare fino all’autunno 2010”.Quale significato ha per voi quest’opera?“Sarà un simbolo per tutti i cattolici che vivono in Kosovo e per i tanti nostri fedeli che vivono sparsi per l’Europa e gli Stati Uniti (in totale circa 50 mila ndr). Da un punto di vista pratico poi lo spostamento degli uffici centrali da Prizren, città nel sud, a Pristina, renderà più semplice mantenere i legami con le parrocchie e i fedeli”.Come riuscite a mantenere i rapporti con i kosovari sparsi per il mondo?“Siamo in contatto constante con loro, specialmente con quelli che vivono in grandi comunità come quelle in Svizzera, Austria o Stati Uniti. In questi casi mandiamo i nostri sacerdoti a vivere con loro per seguirne il cammino. I kosovari sono molto legati alla loro terra e la maggioranza torna a ricevere i sacramenti nella propria parrocchia di origine”.