INGRID BETANCOURT
L’ex ostaggio delle Farc al Parlamento europeo
Figura esile, voce sottile, le lacrime che più volte le rigano il viso. Ingrid Betancourt porta la sua parola nella “più grande casa della democrazia”, finalmente libera dopo sei anni, quattro mesi e sei giorni di silenzio e di prigionia nella foresta colombiana. “Dobbiamo credere nel valore della parola, nella sua capacità di convincere e di trasformare le persone”. A lungo ostaggio delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), l’ex candidata alle presidenziali e oggi attivista dei diritti umani porta la sua testimonianza di pace nell’emiciclo del Parlamento europeo, dopo essere stata ricevuta da Benedetto XVI e indicata fra i possibili candidati al Nobel per la pace. Le nostre responsabilità. Invitata l’8 ottobre dal presidente dell’Assemblea per ricordare i 60 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948), la Betancourt ha tenuto un discorso di alto profilo, teso alla riconciliazione e rivolto al futuro. Presentandola in emiciclo, Hans-Gert Poettering l’ha indicata come “un simbolo di libertà e coraggio” e ha ricordato “la sofferenza e l’orgoglio” con il quale i figli della donna hanno seguito i lunghi anni della prigionia. L’oratrice, più volte interrottasi per l’emozione e sostenuta da lunghi battimani degli eurodeputati, ha anzitutto riconosciuto il ruolo del Parlamento Ue nel denunciare la sua prigionia e quella dei suoi compagni, attivando l’opinione pubblica e i mass media e agevolando così la sua liberazione. Ha poi ricordato che ancora tante persone sono prigioniere in Colombia e in varie nazioni e per questo ha invocato ancora l’intervento morale e politico dell’Assemblea Ue. Betancourt ha affermato che “la società dei consumi in cui viviamo non ci rende felici”. Il numero dei suicidi, il consumo di droghe e le violenze sociali sono “i sintomi di una deregolamentazione globale. Il riscaldamento della terra, i danni all’ambiente, le catastrofi naturali ci ricordano che anche la terra è malata della nostra irresponsabilità”. “I miei carcerieri, anch’essi vittime”. Nel suo discorso, Ingrid Betancourt ha quindi spiegato che la maggior parte dei suoi carcerieri “erano giovanissimi e poverissimi contadini dediti alla raccolta di foglie di coca che attraverso la tv satellitare sono informati su quanto accade nel mondo” e “come i nostri figli, sognano i-pod, play station e dvd”. Ma per questi ragazzi (se ne conterebbero 15mila nelle milizie) “il mondo del consumo al quale bramano è totalmente inaccessibile”. L’arruolamento nelle Farc diventa una scelta obbligata: “Vengono nutriti, vestiti e alloggiati per tutta la vita, hanno la sensazione di avere una carriera davanti a loro e hanno un fucile, che conferisce uno status di rispettabilità”. Ma “in realtà essi perdono tutto: la libertà e le famiglie, diventando schiavi di un’organizzazione che li utilizza come carne da cannone”. Quindi la denuncia: “Questi giovani non sarebbe là se la nostra società avesse offerto loro delle vere prospettive di vita”. “La nostra epoca – ha aggiunto – sta producendo una massa di guerriglieri in Colombia, di fanatici in Iraq e Afghanistan… La nostra società tritura le persone e le rigetta come scarti del sistema: immigrati, disoccupati, poveri e malati; questo mondo non ha posto nel nostro mondo». I paesi ricchi devono cambiare stile di vita. I paesi più ricchi dovrebbero quindi interrogarsi “se si ha il diritto di continuare a costruire una società con una maggioranza di esclusi”, se si può “accettare di operare per la nostra felicità quando produce il malore di tanti altri”. Qui sorge un interrogativo di fondo: “Perché non cercare modelli di consumo più razionali per consentire anche agli altri di avere accesso ai vantaggi della modernità?”. Betancourt ha sottolineato che “la difesa dei diritti umani passa dalla trasformazione dei nostri costumi e delle nostre abitudini”. Nel mondo con parole di pace. In un successivo incontro, rispondendo alle domande dei giornalisti, Ingrid Betancourt ha spiegato: “I governi devono negoziare con le forze terroristiche per due ragioni. Anzitutto per salvare vite umane, ma anche perché respingere il dialogo significa dar loro delle giustificazioni, significa isolare gli estremisti e i fanatici” spingendoli verso un’ulteriore marginalità e violenza. Ma ora che è diventata una figura-simbolo nel mondo, in quali paesi porterebbe la sua parola di pacificazione? “Anzitutto andrei in Africa – ha risposto al SIR -, dove ci sono tanti drammi simili a quelli del mio paese, con guerre fratricide, povertà, corruzione e sfruttamento”. “Andrei nello Zimbabwe, nel Darfur per abbracciare le madri e i bambini che soffrono, per sostenere gli sfollati. Poi in Somalia, per portare parole di rispetto e in Congo dove ci sono i bambini soldato”. La Betancourt ha ricordato al SIR le “troppe guerre alimentate dai fanatismi religiosi e politici” e ha concluso così: “Andrei in tanti Stati a portare segnali di serenità e di tolleranza. Ma il primo posto in cui andrei subito è il mio paese”.