INGHILTERRA

Per una giusta “casa”

Housing justice, l’attività di una “charity” ecumenica per garantire a tutti una casa

È nel settore immobiliare, che dall’era della Thatcher è uno dei motori dell’economia britannica, che la crisi si fa sentire più acuta. Sono aumentate del 24% le case che sono state riprese dalle banche perché i proprietari non riuscivano a pagare il mutuo, con 45000 famiglie destinate a perdere la propria abitazione e i mutui stessi sono diminuiti del 71%. È una situazione difficile se si pensa che è quasi impossibile trovare una casa decente in affitto a prezzi ragionevoli e vi sono un milione e seicentomila persone in lista di attesa per una casa. Silvia Guzzetti per SIR Europa ha intervistato Alastair Murray, uno dei responsabili di “Housing Justice”, una charity cristiana ecumenica che aiuta chi è senza una casa e promuove campagne perché tutti abbiano una abitazione decorosa.Il governo ha annunciato un pacchetto di misure che comprendono prestiti gratis fino a cinque anni e fino al 30% del valore di una casa per chi acquista la prima proprietà e maggiori poteri alle autorità locali e alle cooperative edilizie sociali per aiutare chi fa fatica a pagare il mutuo ma lei ha dichiarato che non è sufficiente, perché?“Non viene fatto abbastanza per famiglie a basso reddito che non possono acquistare la casa, per quelle in lista di attesa per una casa popolare e per chi vive in condizioni non adeguate. Penso anche che il governo dovrebbe aumentare i finanziamenti per le cooperative edilizie sociali così che possano aiutare chi fa fatica a pagare il mutuo e assumendosi una parte delle rate. Purtroppo non esistono sufficienti abitazioni decenti che possano essere affittate a prezzi ragionevoli e quindi chi vuole un’abitazione adeguata deve fare un mutuo”.Fu la Thatcher a promuovere l’idea che chiunque può acquistare un’abitazione. Pensa che fu una scelta politica giusta?“L’aspirazione a possedere la casa nella quale si vive è più che legittima. Il problema è che non è realistico pensare che tutti possano realizzarla. La Thatcher facilitò l’acquisto di case popolari da parte di chi le aveva in affitto, ma non reinvestì i soldi guadagnati nell’edilizia sociale. Così quel denaro servì ad arricchire pochi e avviare la crescita del mercato immobiliare penalizzando chi deve acquistare la prima casa o addirittura non ha i soldi per il mutuo. Nel 1979 quando la Thatcher arrivò al potere il 42% della popolazione britannica viveva in case popolari, oggi è soltanto il 12%. Tra il 1980 e il 1996 2,2 milioni di case vennero vendute a chi le aveva in affitto”.Insomma non viene investito a sufficienza nell’edilizia sociale?“È così, mentre negli anni Settanta venivano costruite centinaia di migliaia di case popolari, a partire dal 1979 gli investimenti dei governi sono diminuiti in modo drastico. La situazione migliora leggermente quando c’è un governo laburista, ma in generale tutti e due i partiti riducono l’edilizia popolare. Il risultato è che chi vuole affittare deve affidarsi al settore privato che offre o affitti troppo alti o abitazioni non adeguate. Noi sosteniamo che è un diritto umano fondamentale avere una casa che risponda ai bisogni di chi vi abita”.E chi è privato di questo diritto oggi nel Regno Unito?“Un milione e seicentomila persone che si trovano sulle liste di attesa per le case popolari, che hanno un reddito basso e non possono permettersi un mutuo e non possono andare in affitto. Alcuni vivono nelle case dei genitori altri sul sofà nell’appartamento di amici, altri ancora in abitazioni non adeguate. In moltissimi casi si tratta di famiglie davvero in condizioni di necessità. Il governo tenta di affrontare il problema ma le autorità locali alle quali è affidata l”edilizia sociale non costruiscono sufficienti abitazioni in parte per mancanza di fondi in parte perché le zone delle città più benestanti non vogliono le abitazioni popolari, in parte perché manca il terreno”.Vi occupate anche dei senzatetto?“Dagli anni Settanta abbiamo condotto, insieme ad altre charities, campagne per ridurre il numero di chi dorme per strada che hanno avuto molto successo. In genere chi è senza tetto non sceglie questa condizione, la subisce come risultato di altre esclusioni, la perdita di lavoro, la fine del matrimonio. In genere si tratta di uno stato che dura per un periodo limitato di tempo e quindi di un problema che le charities del settore possono dire di affrontare con successo”.Siete il risultato della fusione di altre due charities, l’associazione cattolica “Catholic Housing Aid Society” e quella cristiana “Churches’ National Housing Coalition”.“Sì, ci siamo accorti nel 2003 che facevamo azioni simili e abbiamo pensato di unirci anziché sovrapporci”.In che cosa siete diversi, in quanto organizzazione cristiana, dalle altre charities che si occupano dei senzatetto e di chi cerca una casa decente?“Siamo più indipendenti dal potere politico. Poiché veniamo finanziati dalle diverse chiese e da donazioni e, anche se abbiamo del denaro pubblico, questo non è la nostra fonte principale di fondi, possiamo criticare le politiche del governo. Altre charities che vivono grazie ai sussidi pubblici non possono permettersi critiche”.