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Le virtù negative

Ue: la sfida tra piccoli pensieri e grandi pensieri

Prima del rifiuto del Trattato di Lisbona da parte dell’Irlanda, si poteva constatare un ottimismo generale sull’imminente ristrutturazione delle istituzioni comunitarie, in modo da poter affrontare con fiducia sfide più importanti. Thierry Chopin, della rispettabile Fondazione Schumann, aveva proposto “che come entità politica” l’Unione Europea identificasse “un minimo di interessi convergenti e di sentimenti di appartenenza ad un luogo comune, una volontà di elaborare un progetto per l’avvenire”. Questa formula unisce mirabilmente magnanimità e modestia. Senza questo accordo minimo, l’Unione Europea è votata al caos. E tuttavia l’impasse messa in evidenza dal voto irlandese poteva già essere percepita in un’altra osservazione di Chopin: “Una volta definito il progetto europeo, alcuni paesi potranno naturalmente aderirvi, altri meno, altri ancora per niente”. In altre parole, “il progetto europeo” è intrinsecamente fonte di discordia e rivelatore dell’insufficienza del sentimento comune, o addirittura distruttore di questo sentimento.La ratifica, che sembrava quasi inevitabile, è improvvisamente apparsa come una lontana possibilità. Si è prodotto un cambiamento di direzione: l’Unione Europea non riusciva a dimostrare il proprio valore pratico e la propria rilevanza se non facendo la prova della volontà politica di agire insieme. Ma il problema è proprio la mancanza di una volontà politica unitaria. Ecco due esempi tratti dall’attualità. Può l’Unione Europea incarnare un modello sociale solido di fronte alla globalizzazione? Essa afferma di avere un'”agenda sociale”. Ma i suoi membri hanno dei modelli sociali assai diversi. I regimi sociali che proteggono dall’impatto negativo del “mercato libero” non fanno parte delle competenze comunitarie.Un altro esempio è che non è sembrato che l’Unione avesse posizioni difendibili durante le trattative del summit fallito dell’Omc (Wto). Il commissario europeo per il Commercio, Peter Mandelson (che è quello che più assomiglia interamente a un “ministro europeo”), ha promesso una “riforma rivoluzionaria” dei sistemi di sostegno all’agricoltura dell’Unione, ma soltanto “nel quadro di un accordo”: soppressione dei diritti doganali agricoli, abolizione “completa e definitiva” delle sovvenzioni agricole. Ma la sua promessa non è riuscita a rassicurare i segmenti importanti della società civile europea, per i quali Doha era più un ciclo di trattative “per la liberalizzazione” che “per lo sviluppo”. Questo approccio ha inoltre condotto Mandelson ad entrare apertamente in conflitto con il presidente Sarkozy, che difendeva con le unghie e con i denti le attuali sovvenzioni della Pac, affermando che sono essenzialmente negli interessi nazionali della Francia.Gli interessi nazionali non spariranno solo perché lo si desidera. Ma ora l’equilibrio tra la prospettiva “comunitaria” e la prospettiva “intergovernativa” è stato sconvolto. Se gli stati membri (e non soltanto la Francia) considerano essenzialmente l’Unione Europea come un mezzo per raggiungere i propri obiettivi nazionali, saranno loro a danneggiare progressivamente l’Unione Europea. Sarebbe forse meglio considerare attualmente l’Unione come un potenziale strumento di conversione culturale, di “metanoia”, la cui principale virtù sarebbe riparatrice. Perché anche i suoi conflitti interni rivelano che si tratta da molto tempo del freno più efficace, di fronte ai nazionalismi assurdi che hanno dilaniato l’Europa nel 20° secolo. Il Primo Ministro Edward Heath aveva detto del Regno Unito, con un’ironia deliziosamente inconsapevole, che era “una potenza media di prim’ordine”. Il Commissario Europeo Benita Ferreo-Waldner ha recentemente citato uno dei padri fondatori dell’Europa, Paul-Henri Spaak, che faceva osservare con maggior saggezza: “L’Europa è composta da piccoli paesi, ma alcuni lo sanno ed altri no”.