PRIMA PAGINA
Delicatezza e necessità di una politica sociale europea
Il richiamo ad una politica sociale europea pone l’Unione di fronte ad un dilemma. Da un lato, le politiche, che vengono concordate e realizzate sulla base dei Trattati vigenti, hanno conseguenze in materia sociale; dall’altro, l’Unione non possiede le competenze, o le possiede in misura assai limitata, per l’organizzazione della situazione sociale e della sicurezza sociale dei propri cittadini. Inoltre tutti gli sforzi compiuti negli ultimi vent’anni nell’ambito della riforma dei Trattati, non hanno potuto modificare niente di sostanziale, anche se hanno fatto sì che oggi venga prestata una maggiore attenzione alla dimensione sociale nella definizione delle politiche comunitarie. L’opposizione proviene soprattutto dalle forze politiche e sociali degli Stati membri con alti standard di sviluppo, i quali temono che il livello dei propri sistemi sociali possa essere abbassato attraverso un’europeizzazione, oppure che le spese necessarie per un generale aumento del livello degli standard possano condurre ad indebitamenti non giustificabili. L’opposizione nei confronti di un’europeizzazione della politica sociale ha tuttavia una motivazione più profonda. Infatti le politiche e gli strumenti che sono stati sviluppati nella maggior parte degli Stati nazionali europei nel corso della loro storia, e che mirano a creare una rete di protezione per le persone, in particolare nei casi di disoccupazione, povertà, malattia e anzianità, valgono come espressione dell’identità nazionale e sono soggetti al principio di sussidiarietà. Si fondano sulla solidarietà nazionale, sulla cui validità i cittadini possono fare affidamento, poiché hanno convinto della loro stabilità in virtù dell’esperienza maturata nel corso dei decenni, superando guerre e crisi.Ma questo non è ancora il caso della solidarietà europea, poiché un’identità europea (intesa come la naturale consapevolezza delle persone all’interno degli Stati membri di essere cittadini dell’Unione europea che godono quindi del suo sostegno e della sua protezione sotto ogni aspetto) si raggiunge solo gradualmente, per cui non si deve ignorare che lo sviluppo di un’identità europea e di un relativo sentimento di solidarietà subisce sostanziali rallentamenti in occasione di ogni allargamento dell’Unione stessa. Considerando questo retroscena si comprende perché la questione di una politica sociale europea attiva e indipendente sia così delicata e perché, ad esempio nei referendum per la ratifica della Costituzione europea e del Trattato di riforma in Francia, Olanda e infine Irlanda, i timori di perdere qualcosa rispetto alle normative vigenti in queste nazioni in materia di politica sociale abbiano assunto un ruolo così determinante – sebbene né nella Costituzione né nel Trattato di riforma vengano affrontate regole di politica sociale.L’impressione di essere davanti ad una realtà in trasformazione rivela tuttavia che si sta verificando una svolta. Sempre più spesso dall’Unione europea ci si aspettano delle prestazioni sociali che nel tempo non possono essere più garantite dagli Stati membri, poiché i loro sistemi sociali per molti motivi, soprattutto a causa della globalizzazione generale e dell’invecchiamento della popolazione, si trovano sotto una forte pressione affinché vengano attuate delle riforme, che comportano riduzioni delle prestazioni abituali. Quindi è sempre più urgente che l’Unione sfugga al dilemma menzionato.Il metodo adottato dalla Commissione europea, per influire sull’organizzazione della dimensione sociale, consiste nell’ “agenda sociale europea”, presentata all’inizio dello scorso luglio. Essa riunisce una serie di strategie e misure che possono essere realizzate in collaborazione con gli Stati membri, i partner sociali e con gli altri soggetti interessati, al fine di compiere progressi in alcuni ambiti prioritari.