STORIA

Radici diverse ma non tagliate

L’espansione religiosa europea nell’America del Nord

“Per quanto si ritenga che quella europea sia una cultura fortemente e da lungo tempo ‘americanizzata’, si scopre prima o poi, soprattutto nel contatto diretto, che i due mondi non si sovrappongono in maniera precisa. La semplice realtà di fatto è che la cultura del nuovo continente nasce in diretta contrapposizione rispetto a quella del vecchio e pur conserva con l’Europa un legame inscindibile”. Sono le conclusioni tracciate da Marco D’Avenia, docente di filosofia morale presso la Pontificia Università della Santa Croce, che con il suo intervento ha chiuso nei giorni scorsi l’edizione 2008 della XXX Settimana Europea promossa a Villa Cagnola di Gazzada ( Varese) dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI e dall’Università Cattolica del Sacro Cuore. A coordinare i lavori dell’incontro, su “L’Europa e la sua espansione religiosa nel continente nordamericano”, sono stati il docente dell’Università Cattolica Cesare Alzati e l’accademico dei Lincei Sante Graciotti. Nel corso del convegno è stato ricordato con una celebrazione eucaristica mons. Pasquale Macchi, a lungo segretario personale di Paolo VI e presidente della Fondazione Ambrosiana (cfr precedente servizio SIR Europa 59/2008).Simboli e leggende. Definendo “una sfida difficile” il tema delle radici europee degli Stati Uniti, “in riferimento particolare al versante religioso”, D’Avenia ha osservato che la storia di questo Paese, “nel tratto che di solito è oggetto di considerazione all’interno di quella americana, è breve e registra svolte sostanziali ogni uno, massimo due decenni”. Tuttavia, “per quanto limitata nel tempo, questa storia è per così dire, ‘compressa’ e proprio per questo, ancora di più ‘complessa’ da decodificare” e “si esprime sovente nel complemento della forma simbolica”. Richiamando una teoria dello storico Jacob Burckhardt, D’Avenia ripropone l’immagine di popoli che nel rapporto con il passato “non spezzano mai il proprio guscio culturale”, e nutrono la loro coscienza di “leggende” e “simboli” rivolti a “rafforzare il senso di una identità astorica”. Per il filosofo gli americani sarebbero “un esempio moderno” di “individui colti di formazione non storica”, i quali, “ponendo alla radice della loro identità la nozione di un passato non libero dai ceppi dei simboli”, rinunciano “all’elemento storico”. “Nella riconciliazione tra la narrazione simbolica e la riflessione filosofica – ad avviso di D’Avenia – potremmo avere una comprensione migliore della (auspicabile) proiezione positiva della cultura statunitense (se integrata con quella europea) e una spiegazione dei limiti che essa stessa si è autoimposta, nel bene o nel male, nel suo distacco originario dall’Europa”. In altre parole, conclude il filosofo, “l’America ha bisogno dell’Europa e l’Europa dell’America. E più ancora, a un livello senz’altro differente di giudizio, la ‘religione americana’ ha bisogno di ‘quella europea’, in particolare della sua matrice ebraico-cristiana”. Il principio di “preesistenza”. “In America del Nord, le regioni artiche e subartiche sono state oggetto di un’evangelizzazione più tarda, sebbene già a partire dal XVI secolo avessero luogo contatti tra missionari e autoctoni, e le idee cristiane circolassero già: si dovettero attendere gli anni tra il 1820 e il 1840 perché in quelle regioni si impiantassero le prime missioni permanenti ad opera di gruppi metodisti, anglicani e cattolici” ha affermato Frédéric Laugrand ( Università Laval, Québec). Appena introdotte dai missionari o dai proseliti di passaggio, prosegue lo storico, “le idee cristiane si diffondono rapidamente” producendo “sia l’abbandono di certe pratiche (amuleti sciamanici, tatuaggio rituale, feste invernali del tivajuut), sia l’adozione di pratiche nuove (inni e preghiere cristiane, rispetto della domenica, etc.) e a volte la loro mescolanza, dato che continuava a funzionare il principio di preesistenza”. Il contributo dei cattolici irlandesi. “Ambiguo”: così David Noel Doyle, (University College Dublino) definisce il rapporto che l’Irlanda “ha avuto con il continente europeo, e con coloro che da lì si recarono in Nord America”. Per il relatore, “l’isolamento geografico, gli arcaismi culturali, e la repressione per secoli da parte dell’Inghilterra hanno dato agli Irlandesi stessi un giustificato senso di particolarità” e un “carattere difensivo” spesso identificato “con una tutela della religione. “Oggi sia il potere globale sia la Chiesa universale – osserva Doyle – hanno molti punti di contatto e interessi comuni. L’umiltà della fede irlandese americana ha portato alla fertilità delle famiglie, ha trovato vita in parrocchie, scuole e associazioni. È stato un processo lungo e legato in modo sostanziale alla loro attenzione per tutti i diritti umani”, diritti che i cattolici irlandesi “hanno rivendicato politicamente a lungo e con efficacia, e che furono poi tutelati giuridicamente”. “La tradizione – conclude – può essere dunque ben più che un utile memoriale”.