COMUNIONE ANGLICANA
Intervento del card. Ivan Dias alla Lambeth Conference
E’ stato il primo rappresentante del Vaticano ad intervenire alla Lambeth Conference, la riunione più importante di tutti i primati che compongono nel mondo la Comunione anglicana che si sta svolgendo a Canterbury (dal 16 luglio al 4 agosto). Invitato personalmente dall’arcivescovo Rowan Williams ad intervenire con una relazione alla sessione plenaria dedicata alla evangelizzazione, il card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per la evangelizzazione dei popoli, ha lanciato ai vescovi anglicani presenti un appello all’unità. Nel suo intervento – che pubblichiamo a stralci – il cardinale non fa mai riferimento ai problemi che stanno dividendo la Comunione anglicana (tra l’ala più tradizionalista e quella più liberale sui temi della ordinazione episcopale delle donne e dei gay) ma ha detto chiaramente che dall’unità dei membri della Chiesa dipende la credibilità della testimonianza dei cristiani nel mondo. Appello all’unità. “L’unità e la coesione tra i membri della Chiesa, tra loro e i loro pastori e soprattutto tra i pastori stessi” è prerogativa necessaria perché lo Spirito Santo possa ancora oggi operare per diffondere il Vangelo nel mondo. Se invece “la diversità degenera in divisione, essa diventa contro-testimonianza e danneggia seriamente l’immagine e l’impegno” delle Chiese per diffondere la Buona notizia. Intervenendo alla sessione plenaria della Lambeth Conference dedicata al tema “Proclamare la Buona Notizia: il vescovo e l’evangelizzazione”, il card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per la evangelizzazione dei popoli, ha lanciato un appello all’unità. Per spiegare meglio il concetto, il cardinale ha usato una metafora. “Si parla molto oggi – ha detto – delle malattie come l’Alzheimer e il Parkinson. Per analogia, i loro sintomi possono essere ritrovati anche nelle nostre comunità cristiane. Per esempio, quando viviamo in modo miope radicati nel presente passeggero, dimentichi della nostra eredità passata e delle tradizioni apostoliche, potremo soffrire di Alzheimer spirituale. E quando ci comportiamo in maniera disordinata, procedendo in modo eccentrico sul nostro cammino senza alcuna coordinazione con il capo o con gli altri membri della nostra comunità, potrebbe essere un Parkinson ecclesiale”. Sfide della evangelizzazione. Nel suo intervento ai vescovi anglicani riuniti per la 14ma Lambeth Conference, il card. Ivan Dias ha delineato il contesto e “le sfide” della evangelizzazione oggi. Tra queste ha citato il secolarismo “che cerca di costruire una società senza Dio”, “l’indifferenza spirituale, che è insensibile ai valori trascendentali” e il “relativismo” che “è contrario alla dottrina permanente del Vangelo”. Queste tendenze – ha proseguito il cardinale – favoriscono la diffusione di una “cultura della morte”. Il card. Dias ha quindi parlato di “aborto volontario (o di massacro di bambini innocenti non nati)”, di “divorzio, che uccide il vincolo sacro del matrimonio benedetto da Dio)”, di “ingiustizie sociali, economiche e politiche”. Ed ha aggiunto: “i due istituti della società umana” che sono “particolarmente vulnerabili” a questa cultura sono “la famiglia e i giovani” che quindi richiedono una “particolare attenzione” di “cura pastorale” da parte dei vescovi. Ci sono poi oggi nuovi “moderni areopaghi” che “hanno bisogno di essere evangelizzati”: sono i mass media, il mondo della scienza e della tecnologia, le politiche sui rifugiati e l’immigrazione. Di fronte a queste sfide, i cristiani non possono “restare in panchina e assistere da spettatori passivi”. “Fedeli alla nostra chiamata ad essere sale della terra e luce del mondo dobbiamo essere attivi nel leggere i segni dei tempi” e “dare testimonianza della speranza” che è nei cristiani. Questa testimonianza è “ciò di cui il mondo oggi ha bisogno”, ha sottolineato Dias avvertendo però che “i nostri contemporanei credono di più ai testimoni che agli insegnanti”. Lo stile del dialogo. Nella parte della sua relazione dedicata al dialogo interreligioso, il cardinale ha delineato lo stile di chi si apre all’altro: “il dialogo – ha detto – non è mai un tentativo di imporre la nostra visione sugli altri, in quanto un tale dialogo sarebbe una forma di dominio spirituale e culturale; non significa neanche che dobbiamo abbandonare le nostre convinzioni. Significa piuttosto che rimanendo fermamente in ciò che crediamo, siamo disponibili ad ascoltare con rispetto gli altri, cercando di discernere tutto ciò che è buono e santo, tutto ciò che favorisce la pace e la cooperazione”.