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Per un’Europa non solo di Trattati ma anche di popoli
È passato un anno e mezzo da quando la Romania è entrata a far parte dell’Unione europea ed è ancora presto per un bilancio, perché l’integrazione non è un “hic et nunc”, che produce subito dei risultati, bensì è un processo, i cui segni si vedranno più tardi. Forse molto più tardi nel caso della Romania, che ha tanto da recuperare, e non solo dal punto di vista economico o giuridico. È un Paese che prima di tutto deve ritrovare se stesso, ridefinire i suoi valori, la sua cultura, la sua identità, i suoi ideali, che hanno sofferto e soffrono ancora in questo periodo sconvolto del dopo 1989, tanto da subire quasi un regresso. La politica romena segue tuttora la strategia delle false apparenze e del perseguimento di interessi di parte a scapito del bene comune, e dà l’impressione che ci si trovi in un tunnel dal quale non si riesce più ad uscirne. Non c’è da meravigliarsi se la presenza alle urne è sempre più scarsa, come dimostrano anche le ultime elezioni locali di questa primavera con meno di 50% di votanti. La gente non ha più fiducia in chi governa il Paese e non si sente tutelata dalle autorità. Non meraviglia perciò neanche la continua emigrazione dei rumeni, che non è aumentata dopo il gennaio 2007, come dimostrano gli studi dell’Istituto romeno di statistica, ma rimane una costante. Per tanti romeni l’integrazione del loro Paese nell’Unione europea ha significato libera circolazione e soprattutto libero accesso al mercato del lavoro sul territorio dell’Unione. Quest’ultimo è rimasto ancora sulla lista di attesa, perché tuttora l’accesso è limitato nei Paesi considerati “preferiti”: Italia, Spagna, Francia, Germania, Regno Unito. Dall’integrazione si aspettava anche un cambiamento positivo nella vita della gente, che purtroppo si è vista costretta a fronteggiare una vita sempre più cara, con prezzi quasi uguali a quelli della Francia o Italia, mentre lo stipendio medio non riesce a passare oltre i 350 euro al mese.L’integrazione quasi forzata della Romania nell’Unione europea ha trovato impreparata sia l’una che l’altra. Per cui non deve sorprendere il fatto che dopo l’entrata della Romania nell’Unione europea due suoi grandi problemi – l’integrazione dei rom nella società e la delinquenza – sono diventati “i problemi dell’Europa”. Non fa forse parte anche questo dall’integrazione? L’Unione europea ha ammonito spesso la Romania, accusandola di trattamento discriminatorio e di marginalizzazione nei confronti dei rom, e l’ha obbligata a svolgere programmi che favoriscono la loro integrazione nella società. In realtà, i rom sono più ignorati che discriminati in Romania, considerati dalla società come dei paria con i quali non si vuole avere a che fare: nelle scuole, fino a poco fa, i bambini rom studiavano separati dai bambini romeni, le autorità – sin dai tempi di Ceausescu – hanno creato per loro zone abitative isolate e periferiche e non sono stati trattati da cittadini né da esseri umani con diritti. Oggi il mondo occidentale è meravigliato dal fatto che elemosinare o rubare – che una volta erano mezzi di sussistenza per i rom che, privati dell’istruzione, difficilmente trovavano lavoro – sono diventati mestieri, a volte tramandati da padre in figlio. L’attuale linea del governo romeno che, per rispondere – in un certo senso, “forzato” dalle politiche comunitarie – alle iniziative del governo italiano nei confronti dei rom, ha chiamato per la prima volta gli zingari “cittadini romeni di etnia rom” e ha fatto appello al rispetto della dignità umana, è emblematica per la politica romena. Se non fosse costretto dalla Comunità europea, il governo romeno non avrebbe fatto nulla per far rispettare i diritti dei rom e la loro dignità umana. E da questo punto di vista forse i rom sono quelli che traggono più vantaggi dall’integrazione della Romania nell’Unione europea. Il discorso dei diritti e della dignità umana va allargato anche ai tanti immigrati che sono costretti a lavorare in nero, costretti all'”illegalità”, e che in alcuni Paesi si vedono non solo vittime dello sfruttamento dei datori di lavoro, ma anche di un sistema che li tratta da malviventi. Chi va a lavorare in un Paese dell’Unione europea sa che un contratto di lavoro comporta dei benefici: assistenza sanitaria, contributi per la pensione, aiuti economici per il mantenimento dei figli, ecc. In Romania ormai viene sempre più spesso rifiutato il lavoro in nero, proprio a causa di questi benefici negati. Se l’Unione europea vuole essere come una grande famiglia, forse dovrebbe parlare più spesso di accoglienza, di fraternità, di attenzione alla persona e agire di conseguenza. L’Europa unita non è fatta solo di trattati, ma anche di popoli, di persone. Se vogliamo che la Romania “si alzi”, aiutiamo i romeni “ad alzarsi”.