KOSOVO
Il cammino della democrazia dopo l’indipendenza
“L’indipendenza, proclamata lo scorso febbraio e l’entrata in vigore della nuova Costituzione, è arrivata dopo tanta fatica e ancora deve essere riconosciuta dalla totalità della comunità internazionale e per questo i nostri leader politici devono fare ulteriori sforzi affinché questo avvenga. Inoltre la Costituzione ha provocato anche delle polemiche poiché ritenuta troppo moderata e in qualche maniera imposta dai poteri internazionali che sono in Kosovo”. A parlare è Engelbert Zefaj, responsabile per la formazione e educazione del Centro giovanile “Atë Lorenc Mazrreku” di Pejë che a SirEuropa fa il punto sulle prospettive future del suo Paese, il KosovoPerché queste polemiche intorno alla Costituzione?“Si tratta di una sorta di compromesso, la maggioranza albanese ha dovuto accettare molti fatti che non rappresentano la società kosovara. Per esempio i troppi privilegi per le minoranze che non hanno eguali al mondo e leggi che nemmeno si potevano immaginare come i matrimoni tra omosessuali. Situazioni che, tra l’altro, non ci permettono di comprendere a pieno la direzione nella quale il Paese vuole muoversi”.Di che genere di privilegi godono le minoranze?“Per esempio, tra i privilegi ci sono i seggi riservati in parlamento alle minoranze. In Kosovo ci sono 6 minoranze, i serbi, i turchi, i bosniaci, gli egiziani, gli askali ed i rom. I serbi hanno diritto a 10 seggi mentre le altre minoranze ne hanno 2, che vanno ad aggiungersi ai seggi che queste conquistano attraverso il voto. Tutto ciò provoca una eccessiva frammentazione che di fatto potrebbe bloccare alcune decisioni politiche. Così si garantisce di fatto alle minoranze una sorta di diritto di veto che rischia di paralizzare la vita politica”.Tutto questo rischia di rallentare la corsa del Kosovo verso la democrazia, è così?“Noi sappiamo ciò che vogliamo, integrarci nell’Unione europea però questa che stiamo percorrendo è una strada un poco diversa da come l’immaginavamo. Dobbiamo, certo, integrarci con le altre culture europee ma è dura rinunciare alla cultura albanese. Di questo si sta accorgendo il popolo kosovaro”.Quanto pesa nel cammino di democratizzazione lo strappo con la minoranza serba dopo la proclamazione di indipendenza?“L’indipendenza non ha provocato tanto una lacerazione con la comunità serba in Kosovo quanto con Belgrado, cioè con la Serbia. Nel governo kosovaro ci sono due ministri serbi, quindi la minoranza serba ha una espressione politica ed è coinvolta anche a livello locale nei comuni. Il problema sono i rapporti tra Serbia e Kosovo. Se strappo si sente è con le comunità serbe del nord del Kosovo che sono legate a doppio filo con Belgrado”.L’indipendenza è stato un grande passo, adesso?“Ottenuta l’indipendenza ora bisogna coltivare il bene comune. Le urgenze del popolo kosovaro sono diverse ma in particolare l’istruzione. Il 70% dei kosovari ha meno di 30 anni e come prima cosa serve creare lavoro, stabilità economica del Paese e portare l’istruzione al livello di quella europea. Vogliamo poterci giocare le nostre carte nel campo dell’istruzione e del lavoro. Obiettivo fondamentale è evitare l’esodo dei giovani verso altri Paesi. Quindi lavorare per garantire loro il futuro in questa terra, metterli in condizione di studiare e lavorare”.La nuova Costituzione cosa ha portato sul piano della libertà religiosa?“Il regime ateo comunista ha raso al suolo ogni valore religioso e etico. Oggi rispetto alle passate dittature godiamo della libertà religiosa e di culto, quindi non esiste più persecuzione e a parlare di fede non si rischia più la fucilazione o la prigione. I giovani si riavvicinano molto alle Chiese e i risultati sono un aumento dei matrimoni misti ed anche una certa laicità che separa lo Stato e la Chiesa”.Il Kosovo può essere definito un paese musulmano?“L’ultimo censimento risale al 1981 e in virtù di questo si tende a dire che il Kosovo sia un Paese musulmano. Tuttavia nella Costituzione è scritto che il Kosovo è un Paese laico. Oggi si può parlare di un 5% di ortodossi di etnia serba, un 3% di cattolici albanesi, il resto è musulmano. Ma si stanno registrando diverse conversioni dall’Islam quasi come un ritorno alle radici cristiane del Kosovo. Senza dimenticare che in molti è ancora vivo e forte il mito del presidente Ibrahim Rugova, una fede rugoviana, non musulmana e non cristiana ma basata su valori condivisi con il cristianesimo”.Per il futuro cosa vi aspettate dall’Ue e dalle Chiese?“Dall’Unione europea ci aspettiamo la formazione e la democratizzazione della classe politica. Altro grande contributo che attendiamo è la sistemazione della giurisprudenza, delle leggi e della giustizia. Certo l’aiuto economico è fondamentale ma viene dopo queste urgenze. Dalle Chiese ci attendiamo la formazione delle coscienze del popolo soprattutto in direzione del rispetto del prossimo e della tolleranza. Come Chiesa stiamo cercando di formare i nostri giovani proprio in questa direzione”.