ANNO PAOLINO

Malta: un legame speciale

La Lettera pastorale dei vescovi

“La forza delle sue parole e della sua visione ci dovrebbe aiutare cosicché, sul suo esempio, non rinunciamo a proporre e a costruire un nuovo ordine nella vita pubblica e nel Paese”. A indicare in San Paolo un modello per i cristiani di oggi sono mons. Paul Cremona, arcivescovo di Malta, e mons. Mario Grech, vescovo di Gozo, nella Lettera pastorale pubblicata in occasione dell’apertura dell’Anno Paolino (28 giugno 2008 – 29 giugno 2009), che Benedetto XVI ha inaugurato la sera del 28 giugno nella Basilica romana di San Paolo fuori le Mura, insieme al patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, al rappresentate dell’arcivescovo di Canterbury e ai delegati di diverse Chiese e comunità ecclesiali di Oriente ed Occidente. La Lettera pastorale dei vescovi di Malta e Gozo è stata resa nota ai fedeli nella Messa che, presieduta la sera del 28 giugno dall’arcivescovo Cremona sul sagrato della cattedrale di Mdina, ha aperto ufficialmente nel Paese l’Anno Paolino. Padre nella fede. Rievocando il naufragio di San Paolo sull’isola di Malta durante il suo terzo viaggio nel Mediterraneo, iniziato nel 53 e concluso nel 58, i presuli osservano: “La sua sventura si è trasformata per noi in grazia. Il suo naufragio ha avuto l’effetto provvidenziale che” fin dai primi tempi del cristianesimo “abbiamo potuto ricevere la buone novella del Vangelo”. Per questo “consideriamo il naufragio dell’Apostolo una benedizione e un privilegio” e “abbiamo accolto con gioia l’invito di Benedetto XVI a celebrare con la Chiesa universale l’Anno Paolino in occasione del bimillenario della nascita dell’Apostolo delle nazioni che per noi non è semplicemente un santo fra tutti gli altri, ma colui che ci ha generato nella fede”. “Alla luce di questo speciale legame che le nostre isole hanno sempre avuto con il nostro padre Paolo – proseguono i vescovi – auspichiamo che questo Anno non costituisca soltanto l’occasione per un gran numero di celebrazioni”, ma ci auguriamo che “nei naufragi che molti di noi devono affrontare tutti i giorni”, sia opportunità per “riscoprire la forza che deriva dalla fede”. Non disperate! “In ogni tempo – si legge ancora nella Lettera pastorale – la comunità cristiana ha bisogno di riscoprire la propria identità, soprattutto quando la situazione in cui ci troviamo presenta nuove sfide e ci chiede nuove risposte”, e se la Chiesa “deve ritornare alle proprie radici, non vi è dubbio che le nostre radici ci riportano alla prima predicazione di San Paolo, nostro padre nella fede” che ci insegna, innanzitutto, “a non perdere la speranza”. Rievocando il racconto, negli Atti degli apostoli, della tempesta che fece naufragare l’Apostolo sulle coste maltesi, i vescovi rammentano che “nel bel mezzo della tempesta egli continuava a ripetere ai suoi compagni: “Non disperate. Nessuno morirà”. “Dal profondo del nostro cuore – scrivono i presuli – vorremmo ripetere queste parole a quanti hanno un disperato bisogno di ascoltarle”. Sul dolore, del resto, San Paolo “ha ancora molto da dirci”. Radicale e coraggioso. Di fronte alla cultura pagana egli “dovette necessariamente essere radicale, radicale e controverso” osservano ancora i vescovi di Malta e Gozo. Nonostante il clima di quel tempo, contrario “alla proclamazione della fede”, Paolo “non ha provato imbarazzo né timore, non ha misurato le parole, non ha rinunciato alla sua prontezza”. “Coraggioso con chi giocava con le parole e proponeva compromessi”, “forte con chi era causa di divisione all’interno della comunità”, “chiaro sulle questioni morali e con chiunque tentasse di stravolgere la verità”, l’Apostolo “può esserci guida nelle foschie del nostro tempo, quando siamo tentati di fare retromarcia di fronte alla fede perché ci sentiamo imbarazzati o intimoriti”. Un’autentica testimonianza. Per i due presuli la nostra società e la nostra cultura ” sono per molti aspetti simili” a quelle “dei tempi di Paolo”. “La maggior parte di noi è stata battezzata e ha ricevuto un’educazione religiosa”, tuttavia molti di noi si chiedono: “Chi sei, Signore?”, ma a causa “dell’apatia, dell’indifferenza o della stanchezza” che talvolta prendono il sopravvento, “nessuno è in grado di rispondere a questa domanda”. Eppure, affermano mons. Crech e mons. Cremona, “la società si aspetta da noi, comunità cristiana, una risposta che sia anzitutto un’autentica e convinta testimonianza”, perché “è la nostra autenticità che rende credibili le nostre parole e azioni”. Famiglia, eguaglianza, schiavitù, sessualità, condizione della donna: questi alcuni dei temi trattati dall’Apostolo alla luce della verità del Vangelo, anche “quando ciò che egli affermava era in contrasto con le opinioni del tempo”. Di qui l’esortazione conclusiva ai cristiani di oggi a costruire sul suo esempio un nuovo ordine sociale, poiché “il nostro Paese ha assolutamente bisogno del lievito della convinzione e della verità della fede”.