EUROPA E ISLAM
Dialogo interreligioso, libertà religiosa e diritti dell’uomo
Cristiani perseguitati, costretti ad emigrare o a convertirsi in Iraq, sopraffatti dalla mancanza di stabilità e lavoro in Terra Santa, limitati se non impediti nel loro diritto alla libertà di religione e di culto in quasi tutti i Paesi a maggioranza islamica. Visto così sembrerebbe dimostrato quello scontro tra civiltà, in questo caso cristiana e islamica, da più parti teorizzato. Tuttavia, secondo Samir Khalil Samir, gesuita egiziano, uno dei massimi esperti di Cristianesimo e Islam, docente di storia della cultura araba e di islamologia e fondatore del Cedrac, Centre de documentation et de recherches arabes chrétiennes, dallo scontro può nascere l’incontro. Il dialogo è importante ma è ancor più necessario che l’Occidente non assuma un atteggiamento di chiusura verso le violenze islamiche perché questa rischierebbe di rinchiudere i musulmani nel fondamentalismo. Allo stesso tempo, però, la speranza per il mondo islamico può venire da un Islam acculturato in Europa, in una occidentalizzazione che non rinneghi la fede. Su questi temi Daniele Rocchi, per SIR Europa ha intervistato padre Samir, nel corso di un incontro sulla libertà religiosa che si è svolto ad Amman, in Giordania, promosso dal Centro di studi Oasis del Patriarcato di Venezia.Le grandi difficoltà in cui versano le comunità cristiane in Medio Oriente rendono il dialogo con l’Islam una reale volontà o piuttosto una necessità?“Il rischio che il dialogo per i cristiani diventi una necessità esiste ed il motivo sta nel fatto che il musulmano non sente il bisogno di dialogare poiché rappresenta la maggioranza. In fondo la grande difficoltà dei musulmani è proprio questa: hanno vissuto quasi sempre gestiti da loro stessi, non hanno imparato a vivere in minoranza. Anzi, quando cominciano a crescere allora chiedono l’indipendenza: è accaduto po’ dovunque a Mindanao, in Kosovo, nelle Filippine. L’Islam ha un sistema fatto per se stesso e per integrare le minoranze sottomettendole e lasciando loro la libertà di culto. Il musulmano non sa vivere in minoranza, non conosce la difficoltà che l’altro può avere. Il cristiano che vive nei Paesi musulmani, dunque, ha due possibilità: o crearsi un ghetto dove vivere in maniera autonoma, una soluzione adottata da molti migranti, ma non dai cristiani che sono nati in diversi Paesi islamici e non accettano di viverci da stranieri, oppure aprire un dialogo per sopravvivere. E ciò non è un male poiché spinge il cristiano a fare quello che dovrebbe fare comunque, cioè dialogare. Ogni minoranza per sopravvivere deve essere abile, forte, capace di trovarsi un mestiere che altri non sanno fare e così riescono ad integrarsi e occupare posti di preminenza sociale”. In Europa l’Islam è una minoranza: nascono forse da qui le difficoltà di integrazione?“È uno di quei pochi casi in cui i musulmani si trovano in minoranza, loro malgrado. Essi fanno richieste come terreni per costruire moschee alla stregua di quello che farebbero se abitassero nei loro Paesi dove è il Governo a fornire loro tali cose e servizi. Abituati come sono a non scindere il dato religioso da quello politico chiedono per esempio di cambiare gli orari di lavoro o delle scuole per il Ramadan. La vita sociale è gestita dallo Stato sulla base del sistema musulmano. In Europa dove vige uno stato laico, una società secolarizzata, tutto ciò non esiste. Da qui la domanda su come integrarsi. Integrarsi è difficile perché la società europea non riconosce più il valore della religione, confinata quasi alla sfera personale piuttosto che darle una rilevanza pubblica. Una società secolarizzata rende l’integrazione dei musulmani più dura, meglio sarebbe stato se fosse stata cristiana. Un passo quindi è più che mai necessario…”.Quale?“Dire: accetto di essere europeo musulmano. Nell’Islam come in tutte le religioni, eccetto il Cristianesimo, la razza, l’origine, la religione crea l’unità. La religione dà l’appartenenza. Il Cristianesimo non è legato a nessuna cultura e ciò si evince già nel Vangelo perché per sua natura è universale. Nel nostro mondo è fondamentale imparare a dire io sono cattolico, protestante, ebreo, musulmano e sono americano, francese, italiano. Prima accadeva che se ero arabo ero musulmano, se algerino musulmano adesso non è più così e si deve accettare, per esempio, che ci siano degli algerini cristiani. Questa visione pone grossi problemi per la libertà di coscienza perché ai non musulmani viene addebitata la rottura dell’identità nazionale. Per il musulmano che viene in Europa dire europeo significa dire straniero. Si tratta di un compito difficile ma spetta all’Europa accompagnare fraternamente i musulmani a fare questo passo: essere un buon musulmano di nazionalità tedesca, francese, italiana e così via. Il cristiano può aiutare il musulmano a conciliare queste due identità complete, integrali. L’Islam va aiutato a separare religione e politica e l’Occidente può farlo contribuendo a frenare tutte quelle richieste islamiche fondamentaliste avanzate in Europa sul velo, sulla carne lecita, sulla libertà di insegnamento islamico e delle moschee dietro le quali si celano richieste politiche dall’apparenza religiosa”.Vuole dire che il cristianesimo potrebbe aiutare l’Islam a scoprire la sua vena laica?“Il cristianesimo è una chance per l’Islam e la fuga dei cristiani dai Paesi musulmani rappresenterebbe una tragedia soprattutto per tutto il Medio Oriente. Ci sono 22 Paesi arabi, uno di questi non è musulmano, è il Libano, Paese islamo-cristiano. Gli altri 21 sono islamici e la differenza si nota subito anche nel comportamento dei musulmani del Libano che sono più aperti, tolleranti e moderni, disponibili a confrontarsi sulla loro religione questo perché convivono con un’altra cultura, in questo caso cristiana. Accettare di essere musulmano non significa solo mangiare in un certo modo e avere una nazionalità non vuol dire rinunciare a tradizioni o precetti religiosi ma significa parlare la sua lingua, accettare le sue leggi, conoscere la sua cultura, il suo modo di vivere e di comportarsi. Il contrario significa restare ai margini e non integrarsi. L’unica soluzione è accettare una identità multipla che armonizzi le diverse realtà in cui mi trovo a vivere”.Questa identità di cui parla potrebbe essere il carattere di un Islam europeo?“È la mia speranza. La speranza dell’Islam sta in Europa. Se non nascerà un Islam europeo continuerà la lotta cui stiamo assistendo. Il conto di questi conflitti lo stanno pagando le stesse masse musulmane. Non è certo l’Occidente che sta pagando il prezzo più alto della violenza islamista: 200mila uccisi in Algeria, le decine di migliaia di vittime in Iraq, le guerre in Iran, in Libano. L’Islam si identifica con la cultura. Uscire da una cultura per entrare in un’altra può aiutare a vedere più chiaro circa la propria fede. Questa è la sfida per l’Islam: sapersi confrontare con altre culture e religioni”.Paradossalmente l’Europa potrebbe aiutare il dialogo e l’integrazione dei musulmani se riscoprisse la propria cultura cristiana?“Certamente, ma ciò non accade. L’Europa tende a dare quasi uno stesso valore a tutte le religioni e culture ma ciò significa bloccare queste nel passato. Il dramma dell’emigrato è quello di pensare al passato ma se hai scelto di vivere in un’altra cultura o Paese allora serve guardare avanti, conoscere e accettare le leggi che lo governano altrimenti è bene fare ritorno al Paese di origine. Sono europeo non perché sono nato in un Paese europeo ma perché ho scelto, esperienza fatta, di esserlo”.La Turchia ha scelto e chiesto di entrare in Europa. È d’accordo? “Allo stato attuale non sono favorevole all’ingresso della Turchia nell’Ue almeno fino a quando questa non avrà chiarito la sua identità. Al momento si fronteggiano una tendenza laica ed una islamista. La laicità di Ataturk è stata imposta, serve ora scegliere. Una volta risolta la questione si potrà capire l’orientamento del Paese, se europeo o no. I turchi sono liberi di decidere. Non deve essere l’Europa a decidere per loro. Non accetto la pressione dell’Europa sulla Turchia perché è motivata da chiari interessi economici. La Turchia è un mercato di 80 milioni di persone. Il fondamento economico non basta. Non si può ridurre tutto alla economia. Non mi fanno paura i 15 milioni di musulmani in Europa ma l’assenza della coscienza cristiana dalla società europea. Se non abbiamo chiara la nostra identità non si può dialogare con nessuno”.Benedetto XVI sottolinea spesso il tema dell’identità nel dialogo. Un riferimento che qualche analista ha letto come rinuncia o distanza dal dialogo interreligioso…“Benedetto XVI non ha rinunciato al dialogo, ha solo precisato alcune condizioni sulle quali impostarlo, non violenza, libertà di coscienza, libertà di annuncio nella reciprocità. Se posso dire lo ha rilanciato puntando sull’identità dei dialoganti e non sullo scambio di favori. Ciò può accadere nella vita di tutti i giorni per la buona convivenza ma non a livello di pensiero. I cristiani non potranno mai riconoscere Maometto come messaggero di Dio o il Corano come libro rivelato da Dio perché sarebbe in contraddizione con la loro fede. Allo stesso modo i musulmani non potranno mai dire che Cristo è Figlio di Dio. Tutto ciò non toglie niente al dialogo e all’amicizia, che viene rafforzata dall’onestà di ognuno. Il papa non cede su punti come la libertà di coscienza. Benedetto XVI più di un mese fa ha ricordato che l’evangelizzazione è una necessità per i cristiani. Da Beirut un imam colto e intelligente ha risposto attaccandolo dicendo che si è tornati al Medio Evo. Non è così: io ti riconosco la libertà di proclamare il Corano come fonte di vita e se non lo fai sei infedele. Ma io ho lo stesso diritto. Non si può discutere sulla dottrina si può discutere invece di diritti umani, di uguaglianza, di libertà. Una posizione in continuità con Giovanni Paolo II. Il dialogo deve essere fatto in verità e amore”.