ITALIA

Cercatori di Dio

Riflessioni, progetti e impegni per una catechesi dell’essenziale

“Il camino pastorale della Chiesa italiana non può essere rappresentato come la risposta ordinaria, abitudinaria, alle esigenze della vita dei credenti e delle comunità cristiane, ma piuttosto come lo sforzo di far fronte ad una emergenza, che oggi percepiamo acutamente sul decisivo piano educativo”. Lo ha detto mons. Mariano Crociata, segretario generale della Conferenza episcopale italiana, intervenendo al Convegno dei direttori degli Uffici catechistici diocesani, organizzato dall’Ufficio catechistico nazionale della Cei a Reggio Calabria, sul tema: “La nostra lettera siete voi (2 Cor 3,2). Ascoltare le domande, comunicare il Vangelo, condividere l’incontro con il Cristo”. Per mons. Crociata, “bisogna ripartire dall’essenziale”, cioè dalla “questione di Dio”, perché serve “un nuovo inizio”, in un presente “minacciato dalla dispersione, dall’oblio, dalla perdita”. Al centro dei lavori, la “Lettera ai cercatori di Dio”, recentemente pubblicata dalla Cei.La tentazione di “sentirsi arrivati”. “Per i credenti la vera tentazione è sentirsi arrivati”, ha detto mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e presidente della Commissione episcopale per la dottrina della fede, l’annuncio e la catechesi, presentando la “Lettera” agli oltre 250 partecipanti al convegno. Secondo il vescovo, infatti, “chi crede non è mai un arrivato, vive al contrario da pellegrino in una sorta di conoscenza notturna, carica di attesa, sospesa tra il primo e l’ultimo avvento, già confortata dalla luce che è venuta a splendere nelle tenebre e tuttavia in una continua ricerca”. Da questa “apologia della ricerca”, per mons. Forte”, viene un grande no alla negligenza della fede, ad una fede indolente, statica, abitudinaria e un grande sì ad una fede interrogante, capace ogni giorno di cominciare a consegnarsi perdutamente al’altro, a vivere l’esodo senza ritorno verso il silenzio di Dio”. “Se c’è una differenza da marcare nella ricerca della verità che è la ricerca di Dio – ha proseguito il relatore – non è anzitutto quella tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti, tra uomini e donne che hanno il coraggio di vivere la sofferenza, di continuare a cercare per credere, sperare e amare, e uomini e donne che hanno rinunciato alla lotta, che sembrano essersi accontentati dell’orizzonte penultimo”. Una questione di “qualità”. Senza la “qualità della nostra fede e della nostra vita ecclesiale tutte le attività pastorali non produrranno i frutti che sono destinate a sollecitare e accompagnare perché siano suscitati e generati”, ha ammonito mons. Crociata. “Nelle mutate condizioni sociali e religiose del nostro tempo – ha ammonito il vescovo – il battesimo ricevuto da bambini esonera in qualche modo dal misurarsi con l’esigenza fondamentale posta alla luce dell’esistenza cristiana: il dono del battesimo e della fede e la contestuale conversione pastorale”. Poiché oggi “non c’è nessun sistema sociale in grado di surrogare o sostenere una appartenenza non legata ad una adesione profondamente personale”, e poiché “oggi non si nasce cristiani, ma si può solo diventarlo, quello della seconda conversione non è una questione che riguardi soltanto quella categoria detta dei ‘ricomincianti’, ma tocca innanzitutto i cosiddetti praticanti, tocca tutti”. Curare il primo annuncio. “Curare il primo annuncio in lingua corrente”. È l’invito rivolto da don Domenico Pompili, sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali, al Convegno di Reggio Calabria. “La Chiesa – ha affermato il relatore – ha progressivamente sguarnito il campo dell’immaginazione popolare lasciandolo in mano all’industria culturale che spesso coincide con quella del puro intrattenimento. Nel frattempo i media popolari e commerciali hanno avuto campo libero per ri-evangelizzare, colonizzando di fatto l’immaginario pubblico con suggestioni e provocazioni nel segno delle rappresentazioni religiose utilizzati a scopi addirittura pubblicitari”. Di qui la necessità di “misurarsi con l’ambiente culturale all’interno del quale si svolge ogni comunicazione religiosa e in cui si dà o si nega la possibilità di incontrare Dio”. “Chi oggi voglia impegnarsi ad annunciare il Vangelo – la proposta di don Pompili – deve conoscere in modo professionale i meccanismi del linguaggio narrativo e simbolico e le regole comunicative”. “L’inflazione delle immagini maturate al di fuori dell’orizzonte della fede e dunque il venir meno dell’immaginazione credente”. È questa, secondo il sottosegretario della Cei, la “variante contemporanea della frattura tra Vangelo e cultura”, di cui anche il mondo catechistico deve prendere atto, partendo dalla constatazione, di stampo agostiniano, che “non è sufficiente un approccio solo razionale al credere”. Pompili ha messo in guardia dallo “scadimento di certa catechesi che ha troppo frettolosamente abbandonato il metodo informativo-razionale senza assumere in profondità quello simbolico-narrativo”.