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Un voto per il futuro

Elezioni europee: attualità del “messaggio” dei padri dell’Europa

Aveva visto lontano Robert Schuman, cattolico, uomo “di frontiera”, allora ministro degli Esteri francese, lanciando il 9 maggio 1950 la “Dichiarazione” che avrebbe rappresentato la carta costituiva per l’integrazione comunitaria: “L’Europa non si farà d’un tratto, né in una costruzione globale. Essa si farà con delle realizzazioni concrete, creando anzitutto una solidarietà di fatto”. Una linea, questa, concordata con Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che aprirà le porte alla Ceca (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) e poi alla Cee (Comunità economica europea), facendo il continente dalla “triste condanna” delle guerre cicliche, delle distruzioni, dell’odio fra i popoli.All’indomani della seconda guerra mondiale la “casa comune” rappresentava la sola medicina possibile per realizzare una pace duratura, che facesse da sfondo allo sviluppo materiale e alla ricostruzione morale. A oltre mezzo secolo di distanza dal battesimo della “piccola Europa” (con sei Paesi fondatori), si può ben dire che le promesse sono state mantenute. La Cee, oggi Unione europea, è cresciuta, ha ampliato la sfera delle sue competenze grazie a una progressiva cessione di sovranità da parte degli Stati aderenti: i quattro cardini del “mercato unico” – la libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi – sono un dato di fatto. Così come sono effettivamente operanti le politiche comuni in molteplici campi, dallo sviluppo regionale alle infrastrutture, fino alla tutela dei consumatori, senza contare il varo della “moneta unica”, la cui utilità si è palesata proprio in questa fase di grave recessione, mettendo le economie nazionali al riparo da instabilità ben più gravi di quelle che abbiamo di fronte. La “grande Europa”, giunta ad avere 27 Stati membri dopo la caduta della Cortina di ferro, può finalmente respirare “con due polmoni”, dell’Est e dell’Ovest, come aveva predetto Giovanni Paolo II. Le istituzioni di Bruxelles e Strasburgo devono certamente rafforzare la loro dimensione democratica e avvicinarsi ulteriormente ai cittadini: ma al contempo occorre riconoscere che esse hanno acquisito una buona dose di efficacia politica, mediando tra interessi nazionali e “bene comune europeo”. Europarlamento, Commissione e Consiglio riescono a concertare soluzioni a problemi condivisi pur nel rispetto del principio di sussidiarietà; agiscono secondo il criterio della solidarietà, sia all’interno dei confini Ue sia sulla scena mondiale.Tacere i limiti di tale costruzione sarebbe controproducente: e dunque, proprio per far crescere ancora l’Unione occorre riflettere sul profilo identitario, sulle radici dell’Europa dei 27, riuniti secondo il motto di “unità nella diversità”. Del resto appare ormai evidente – sono rimasti i nazionalisti a negarlo – che di questa Europa non si può fare a meno. Le grandi sfide dell’era globale hanno vari nomi: sviluppo sostenibile, protezione sociale, diritti individuali e comunitari, cambiamento climatico, sicurezza energetica, lotta al crimine organizzato, dialogo interculturale, cooperazione internazionale… Tali nuove frontiere indicano la necessità di “serrare i ranghi”: l’Ue va in questa direzione e il Parlamento europeo (che i cittadini sono chiamati a rinnovare in questa tornata di votazioni) ne è oggi un pilastro fondamentale. Il voto di oggi vale una scelta per il futuro e al futuro non si possono voltare le spalle.