CCEE

Con le parole dei laici

Comunicare il Vangelo in un’Europa secolarizzata

Si è concluso il 7 maggio, a Roma, l’XI congresso europeo dei vescovi e responsabili delle Conferenze episcopali per la catechesi in Europa “La comunità cristiana e il primo annuncio”, promosso per iniziativa del Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa (Ccee). All’incontro, che è stato coordinato da mons. Vincent Nichols, arcivescovo nominato di Westminster e vescovo delegato del Ccee per la Commissione “catechesi, scuola e università”, hanno partecipato 65 delegati da 27 Paesi europei. “Una delle novità emerse dai lavori – ha spiegato al Sir padre Ferenc Janka, vice segretario generale del Ccee – è stata la presenza e, soprattutto, il coinvolgimento dei laici nel primo annuncio, compito che non spetta solo ai sacerdoti, religiosi o seminaristi. Non si è trattato, dunque, di una riflessione teoretica o teologica ma di una riflessione pratica, ricca di idee e di spunti, per esempio come usare internet, come impostare una pubblicazione o un giornale, utili per il primo annuncio”. Di seguito una serie di esperienze in diversi Paesi europei.In Serbia, Paese a maggioranza ortodossa e “con il problema dell’identificazione tra appartenenza ad un popolo e appartenenza religiosa”, i cattolici costituiscono il 5% dell’intera popolazione, e “c’è il rischio, soprattutto in caso di matrimoni misti, di loro assimilazione alla parte ortodossa”. Lo ha detto mons. Andrija Kopilovic, responsabile nazionale per la catechesi e l’ecumenismo della Conferenza episcopale serba. Poiché la Chiesa ortodossa “non conosce il primo annuncio e la catechesi”, ha spiegato mons. Kopilovic, essa “non capisce l’insistenza della Chiesa cattolica” al riguardo. “La vita delle comunità cattoliche è difficile” ha aggiunto, dicendosi tuttavia convinto che “la pratica del primo annuncio non deve essere abbandonata”.In Spagna “l’omelia domenicale non è più l’apogeo del primo annuncio”; per questo “è urgente progettare e sviluppare nuove azioni pastorali”. È l’opinione di padre Xavier Morlans (diocesi di Barcellona). L’esperto ha richiamato “l’esperienza ‘Tornare a credere'”, svoltasi negli ultimi sette anni in due parrocchie della città iberica e “che ha ispirato analoghe esperienze in altre diocesi”. Rivolta ai giovani adulti, essa ha preso l’avvio, ha spiegato padre Morlans, con “una conferenza-spettacolo” su “temi di attualità”, cui è seguita la proposta, prima di incontri quindicinali, successivamente di ritiri nei finesettimana. Importanti, secondo l’esperto, “l’ambiente accogliente; il rispetto, almeno all’inizio, dell’anonimato dei partecipanti; lo stile tranquillo e rispettoso degli incontri”.In Francia. È il contesto culturale odierno “a provocare la dimensione missionaria della catechesi”, ha detto mons. Jean-Christophe Lagleize, vescovo di Valence e membro della Commissione episcopale per la catechesi e il catecumenato dei vescovi francesi. Due le esperienze di primo annuncio sulla scia del “Testo nazionale per l’orientamento della catechesi in Francia” (2005) illustrate dal presule. La prima, nella diocesi di Poitiers, mirata a “comunicare il Vangelo” non “secondo il modello bruciante e brillante della pubblicità”, bensì “dolcemente all’interno delle relazioni umane” come “istante di verità nei luoghi di lavoro, durante le visite ai malati, etc”; la seconda, a Besançon, finalizzata a “sviluppare proposte di primo annuncio” nella consapevolezza che esso, a differenza della catechesi, “non presuppone l’adesione del destinatario”.In Ungheria. “Dopo 50-60 anni di oppressione il tema del primo annuncio è molto attuale in Ungheria”, afferma suor Judit Fogassy, responsabile della Commissione per la catechesi della Conferenza episcopale ungherese. Budapest è tra le cinque capitali europee che hanno partecipato al progetto “Città missione”. L’esperienza, svoltasi nel 2007, secondo suor Fogassy “ha unito molti settori della comunità ecclesiale. Persone e gruppi si sono uniti in preghiere per l’evangelizzazione”. Durante la missione “le chiese sono rimaste aperte più a lungo per dare a ognuno la possibilità di entrare. Anche musei sono stati coinvolti”. “Città missione”, ha concluso la religiosa, “ha dimostrato che anche nell’attività caritativa e negli ospedali c’è bisogno di evangelizzazione”.In Croazia. “Il paradigma dell’evangelizzazione” è cambiato afferma mons. Djuro Hranic, presidente del Consiglio per la catechesi della Conferenza episcopale croata. Di fronte alla secolarizzazione “i cristiani si trovano disorientati, non sapendo cosa è veramente centrale ed essenziale nella fede” osserva, ma “i valori cristiani non vengono completamente abbandonati” e si può “scorgere una nuova sete di religiosità”. La Conferenza episcopale croata ha pubblicato il documento “Catechesi parrocchiale nel rinnovamento della comunità parrocchiale” che “mette l’accento sulla dimensione missionaria della comunità parrocchiale, sulla creazione delle comunità particolari” e “sul ritorno alla famiglia”. Nel documento “Chiamati alla santità”, aggiunge, “i vescovi cercano di cambiare radicalmente l’annuncio, soprattutto quello dell’omelia domenicale e della catechesi parrocchiale”.