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Vincere la stanchezza

Elezioni europee: un’occasione da non sciupare

Sono passati ormai cinque anni dal I Maggio 2004, storica data dell’adesione contemporanea all’Unione europea di dieci Stati dell’Europa orientale. Dal Baltico ai Balcani passando per il blocco centro-orientale: Estonia, Lettonia, Lituania, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia, Romania e Bulgaria sono ormai a pieno titolo attori della grande sfida dell’integrazione europea sorta sulle ceneri della seconda guerra mondiale. Diritti e doveri dell’appartenenza alle Comunità a parte, come procede la convivenza? Come si stanno integrando società e genti vincolate dai Trattati ad un futuro comune ma pur sempre figlio di un passato ricco di cammini e sensibilità diverse? Fino a che punto il quinquennio appena trascorso è riuscito a limare le differenze di partenza e a costruire l’approccio condiviso richiesto per poter affrontare assieme il nuovo progetto che dovrebbe essere comune?.”Historia magistra vitae”, verrebbe da dire. Un po’ come accade per le coppie moderne che arrivano già stanche al matrimonio, l’entusiasmo iniziale che voleva i Ventisette (e potenzialmente altri ancora) dimenticare divisioni ed incomprensioni in favore di una cooperazione a tutto campo in nome della fratellanza e della comune appartenenza all’Europa pare affievolito. Con il senno di poi – e memori della tanto infelice quanto sottovalutata scelta politica di escludere dai testi di riforma il riferimento alle radici cristiane sacrificate sull’altare dello sviluppo economico e della politica di coesione – ce lo si poteva aspettare. Il progetto iniziale è indiscutibilmente mutato, meno ideali e più pragmatismo. Cooperare di meno e cercare di «mungere» di più, trascinati dalla “lotta per la sopravvivenza” di bilanci statali e familiari in crisi. E anche dall’illusione coltivata dalla maggior parte dei nuovi membri dell’Est di poter raggiungere in pochi anni i livelli di sviluppo occidentali così come demagogicamente garantito qualche anno addietro dai paladini (oggi magicamente svaniti) dell’allargamento ad ogni costo.Se il quadro non si presenta roseo, sarebbe comunque falso ed ingiusto dipingerlo completamente di nero. Il ravvicinamento Est-Ovest costituisce di per sé un evento positivo per le istituzioni e le società: se talune differenze e diffidenze permangono, il dialogo si rafforza giorno per giorno e la cortina di ferro è davvero un ricordo d’altri tempi. E soprattutto popoli fino a vent’anni fa avversari se non nemici più o meno consapevoli fanno oggi parte della stessa Comunità. Due decenni per il tempo della storia sono un record assoluto. E forse non va nemmeno analizzato negativamente il fatto che l’allargamento ad Est non abbia comportato la convergenza immediata, sorta di fagocitamento politico, economico e sociale dei nuovi da parte dei vecchi: tutti hanno qualcosa da offrire al progetto comune, il dialogo non deve mai retrocedere a monologo, la forza non può far venir meno l’armonia di una convivenza di tipo federale (malgrado punti di partenza e probabilmente di arrivo assai diversi ed a volte impari).Certo, se vissuta con gli schemi tradizionali dell’economia la crisi finanziaria internazionale non rappresenta il momento ideale per potenziare dialogo e cooperazione tra le varie Regioni d’Europa (non ci sono solo Est ed Ovest, ma anche Nord e Sud): governi e famiglie guardano in casa propria, al proprio fine mese, ed è più che naturale. Ma proprio in quanto critico il presente merita di essere affrontato con un progetto nuovo, di vera coesione e di vero “scambio” (di idee, proposte, impegni, soluzioni), capace se necessario di uscire dai binari poco flessibili dell’Unione europea. Il superamento della contrapposizione in blocchi ha se non altro dimostrato che se i Governi non si parlano i Cittadini, oggi, possono farlo tranquillamente. In questa prospettiva le elezioni di giugno sono un’occasione da non sciupare.