UE-ACP
L’analisi di un economista su Études di aprile
“Gli Acp (Africa, Caraibi, Pacifico) sono certamente ad un incrocio. Alcune osservazioni condotte in questi ultimi anni sull’evoluzione economica dell’Africa sub sahariana (tassi di crescita elevati dal 4% al 6%, emergere di decisori di buon livello, volontà di cambiare la situazione, arrivo di nuovi attori stranieri, rientri più frequenti in patria di emigrati) lasciano intravedere i meccanismi del reale potenziale” di questo continente. È la conclusione di Jean-Loup Feltz, consigliere della Direzione generale dell’Agenzia francese per lo sviluppo, che nel numero di aprile di Études, rivista di cultura contemporanea dei gesuiti di Francia, firma un’analisi dei rapporti e dei nuovi accordi Acp – Ue. L’Acp riunisce 78 Stati: 48 africani, 15 dei Caraibi e altri 15 del Pacifico, per un totale di 700 milioni di abitanti. Nel 2000 gli Accordi di partenariato economico (Ape) hanno segnato una profonda revisione delle relazioni tra Ue e Acp, avviate nel 1963.Cultura europea di solidarietà. Il “consorzio Acp-Ue – osserva Feltz – riguarda meno di un quinto della popolazione mondiale, ma si nutre di un mosaico di culture e geografie che costituiscono una rete geopolitica di riferimento per l’Europa”. Su questo piano “il dialogo Apc-Ue ha aperto una pagina innovativa e profetica della globalizzazione nord-sud, conforme alla cultura europea di solidarietà”. Il budget dell’aiuto pubblico allo sviluppo erogato dall’Ue deriva per l’80% dai bilanci degli Stati membri e per il restante 29% dal bilancio comunitario, e tra il 1963 e il 2000 è stato oggetto, afferma l’autore dell’articolo, “di sette successive convenzioni comprendenti montanti finanziari in costante aumento, per un totale di oltre 50 miliardi di euro sul periodo per la sola cooperazione finanziaria attraverso i Fed (Fondi europei per lo sviluppo)”. Completano infatti il dispositivo la cooperazione tecnica, la cooperazione commerciale e i prestiti della Banca europea per gli investimenti (Bei).Una preoccupante stagnazione. Eppure, nonostante tale impegno, “tra il 1960 e il 2000 il reddito per abitante nell’Africa sub sahariana non è migliorato che dello 0,3% l’anno”, e 41 dei 78 Paesi Acp rientrano nei Pma (Paesi meno avanzati), mentre solo 56 fanno parte dell’Organizzazione mondiale per il commercio (Omc). Feltz parla di “preoccupante stagnazione” e, citando la “crescente contestazione dei Pvs non Acp nei confronti dei privilegi riservati ai Paesi Acp”, richiama la Convenzione di Cotonou Acp-Ue che, firmata per 20 anni il 26 giugno 2000, prevede “la progressiva integrazione dei Paesi Acp nel commercio internazionale”, anzitutto “regionalizzando” questi Paesi in sei sottoinsiemi, e inserendo il loro commercio all’interno delle regole internazionali, “in particolare in termini di reciprocità”. Tuttavia, osserva l’esperto, i negoziati degli Accordi di partenariato economico previsti (Ape) che dovevano essere firmati entro il 31 dicembre 2007 “sono in ritardo, come era prevedibile”. Per questo, su richiesta congiunta degli Apc e della Commissione europea sono state studiate soluzioni alternative. Dal “libero scambio” al “giusto scambio”. Solo la regione dei Caraibi ha firmato un Ape completo con l’Ue; 18 Stati africani e 2 del Pacifico hanno avviato trattative per accordi temporanei bilaterali. “Questi sviluppi – è l’analisi di Feltz – mostrano con chiarezza l’impossibilità di un’integrazione a breve termine e senza condizioni degli Acp nell’economia mondiale: le loro economie e i loro modelli sociali, al di là di un’élite, non vi sono preparati”. Secondo l’esperto “l’avvento degli Ape deve essere inquadrato con importanti strumenti in tre ambiti: un considerevole appoggio in materia di expertise sull’impatto Paese per Paese del cambiamento di regime; un notevole aumento dei mezzi finanziari e delle azioni di sviluppo per compensare con immediatezza i danni, soprattutto di budget, della regionalizzazione” e, infine, “un costruttivo monitoraggio delle regole da far applicare in questi Stati, sia per proteggerli dalle importazioni selvagge o dagli investimenti predatori, sia per accelerare la loro messa in regola di fronte ai mercati esteri”. Tre le incognite: anzitutto quella “di una reale e duratura appropriazione da parte degli Acp di questo dispositivo” il cui successo dipenderà “dalla loro volontà politica di riuscire” ma richiede anche “tempo e fiducia nel dialogo con l’Ue”. I vantaggi degli Ape come “vettori di sviluppo e di integrazione mondiale saranno abbastanza leggibili e rapidi per far dimenticare gli inconvenienti della loro applicazione?” si chiede ancora l’economista che invita inoltre a riflettere sull’impatto che l’attuale crisi mondiale potrà avere “sul posizionamento economico degli Acp e sulla legittimità dell’Omc, dovendo passare – conclude – dal libero scambio al giusto scambio”.