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I confini necessari

Europa: allargamento, identità e “caso Turchia”

Fino a quanto si deve e si può spingere l’allargamento dell’Unione europea? La comunità europea è stata fondata da sei Stati. Oggi, dopo molte tornate di allargamento, l’Unione comprende già 27 Paesi. Sono in corso i negoziati per l’ingresso della Croazia e della Turchia. Si considerano candidati membri la Serbia, il Kosovo, l’Albania e la Macedonia. Ma anche l’Ucraina, la Moldavia e la Georgia coltivano l’ambizione di essere riconosciute come candidati membri, in un giorno non troppo lontano. Una cosa è certa: fintantoché non prenderà una decisione sui propri confini, l’Unione non troverà la sua identità. Sembra più o meno riconosciuto che, prima o poi, tutti gli Stati balcanici debbano essere ammessi come membri, a condizione di soddisfare i requisiti richiesti a tale fine. A favore della loro ammissione vi è non solo il fatto che l’ingresso nell’Ue offre la possibilità di garantire la stabilità politica e la sicurezza nell’intera regione in modo sostenibile, ma anche il fatto che in tal modo verrebbe assicurata anche la continuità territoriale con lo Stato membro Grecia. Ma soprattutto, questi Paesi vantano indubbiamente una storia, una tradizione e una cultura europee e pertanto possono rivendicare a ragione di diventare membri dell’Unione europea.Diversamente la Turchia, sulla cui richiesta di ammissione si dividono i pareri. In questo caso, l’Unione europea si trova davanti a un dilemma.Da un lato, già negli anni Sessanta alla Turchia era stata prospettata la possibilità – più volte confermata – di entrare nella comunità. E cinque anni fa fu deciso di iniziare le trattative di ammissione. Decisivi in tal senso erano soprattutto motivi di politica di sicurezza e i punti di vista della politica economica e dello sviluppo. Secondo questa posizione, la Turchia, membro fedele e importante della Nato, doveva essere maggiormente legata alla prospettiva europea e sostenuta nel processo di modernizzazione, anche al fine di migliorare i rapporti economici e l’accesso al suo mercato. D’altro canto, la distanza culturale della Turchia è grande, probabilmente troppo, perché gli europei possano essere disposti ad includere i turchi nella propria solidarietà sociale e nel proprio consenso politico. Da tempo, l’Unione non è più un’organizzazione internazionale che funziona in base a regole diplomatiche, bensì un’istituzione transnazionale, organizzata anche in base a regole democratiche. Pertanto, la questione della compatibilità culturale e del consenso sociale dei propri membri è di importanza decisiva per la sua struttura futura.Ciò spiega la crescente resistenza all’ammissione della Turchia e la proposta di offrire una partnership privilegiata a questo grande e popoloso Paese che, rispetto alla massa territoriale dell’Unione, si trova in una posizione periferica e per di più in prossimità di vicini estremamente insicuri: la partnership sarebbe una soluzione in grado di garantire più vantaggi sia per la Turchia che per l’Unione europea. Alla fin fine, la Turchia è un test: la sua ammissione sovradimensionerebbe l’Unione, estendendola eccessivamente e privandola di confini. A quel punto, perché non ammettere anche l’Ucraina e la Georgia, poi l’Armenia, i Paesi magrebini e così via? Ma ciò significherebbe la fine dell’Unione europea come comunità democratica e federale, quale venne concepita dai suoi padri fondatori.