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Non basta una visione eurocentrica della donna
La Giornata internazionale della donna non è forse mai stata una vera festa della donna. Piuttosto si dovrebbe parlare di una festa per la donna, dal momento che non si è convertita pienamente in un’occasione di seria analisi del ruolo, del significato e dell’insostituibilità dell’esser donna. Nata negli Stati Uniti esattamente cento anni fa e sviluppata poi in Francia per rivendicare giustamente (a mo’ di sindacalismo femminile) diritti negati e porre fine a soprusi di ogni tipo – soprattutto sul mercato del lavoro – in un contesto profondamente maschilista se non addirittura misogino, si inserisce oggi in un tessuto sociale che negli ultimi decenni è cambiato in profondità dove l’emancipazione, pur non essendo acquisita in toto, ha quantomeno ha raggiunto livelli soddisfacenti. Non che siano tutte rose e fiori, anzi: però in un secolo di passi avanti ne sono stati compiuti parecchi. Dal diritto di voto al congedo di maternità (ora affiancato in molti Stati dal congedo di paternità, a testimonianza di un ribaltamento culturale impensabile solo pochi anni orsono), dal riconoscimento ancora perfettibile del lavoro casalingo alla previsione di quote rosa nei concorsi pubblici e nelle liste elettorali. E questi sono già punti fermi.Il fatto di aver commercializzato troppo l’evento – quasi come fosse la Festa del Papà, della Mamma e del Nonno – è un errore che nasconde un pericolo. Oltre al profumo delle mimose c’è dell’altro. Un po’ come l’iceberg e la sua punta. Non basta una celebrazione sempre più mediatica per mostrare quanto accade sotto la superficie dell’acqua. Ne è una prova il fatto che, da qualche tempo a questa parte, 8 Marzo significa quasi esclusivamente presentazione di statistiche comparate: le donne hanno meno incarichi di responsabilità degli uomini, sono pagate di meno rispetto ai colleghi maschi, non sono considerate a sufficienza. Insomma, il pregiudizio della “donna oggetto” è ancora diffuso. Si tratta certo di problemi reali, che devono essere combattuti costantemente fino alla loro definitiva risoluzione. Tanto dalle donne quanto dagli uomini, tanto dalla politica quanto dalla cosiddetta società civile. Ma siamo sicuri che la questione si risolva qui? E che il riconoscimento della piena parità tra i sessi – tra l’altro sotto un’ottica prettamente “occidentale” – si soddisfi con il raggiungimento per quanto doveroso e naturale della parità sul luogo di lavoro e con il freno giuridico a preconcetti ed atteggiamenti tanto più odiosi in quanto insiti nella natura umana?Guardare nel III Millennio alla Giornata Internazionale della Donna da un punto di vista eurocentrico non è più sufficiente, e soprattutto non rende giustizia alle centinaia di milioni di donne che vivono ancora oggi sotto schiavitù più o meno evidenti, psicologiche o reali, in ogni angolo del pianeta. La donna come “proprietà dell’uomo” è la condizione che vivono giornalmente madri, mogli, figlie e lavoratrici dall’Africa all’Asia, senza dimenticare le sacche di sfruttamento ed ignoranza che resistono in Europa ed oltreatlantico. Non è sempre delinquenza o cattiveria gratuita. Molto più di quanto si possa credere, persistono usi e costumi culturali che sommati a “credenze religiose” imprigionano la donna in gabbie che anche le peggiori statistiche europee su disoccupazione femminile o maltrattamenti non ci permettono nemmeno di immaginare. Quelle che paiono atroci violazioni dei diritti umani (escissione ed infibulazione sono i due esempi maggiormente eclatanti che la Comunità internazionale da anni combatte senza particolare successo) sono altrove pratiche “naturali” che le stesse donne vivono in maniera naturale ed anzi essenziale per la loro femminilità ed il pieno inserimento sociale.Nell’Europa della Carta dei Diritti, nell’Europa dell’impegno alla democratizzazione ed alla conquista dei diritti civili, dobbiamo anche chiederci cosa fa l’Unione Europea, cosa fanno i suoi Governi ed i suoi cittadini oltre a raccogliere dati e pubblicare statistiche? I programmi contro la violenza femminile, le campagne di sensibilizzazione e di sradicamento della povertà, il miglioramento delle condizioni di lavoro, le leggi che promuovono l’eguaglianza tra i sessi: sono mattoni importanti, necessari, ma che da soli e soprattutto senza una comune volontà di reciproco dialogo interculturale non bastano ad edificare la casa mondiale della parità a 360 gradi.