MIGRAZIONI
Un articolo su Études di marzo
Dalla firma del Trattato di Roma nel 1957 e dalla “progressiva attuazione della libertà di circolazione dei lavoratori (1868)” ad oggi, “la costruzione dello spazio migratorio europeo ha conosciuto diverse tappe” mentre l’Europa, “uno dei principali destinatari di immigrazione al mondo, è alle prese con imperativi contraddittori, sotto il controllo di un’opinione pubblica in preda alla sindrome della sicurezza”. È quanto afferma Catherine Withol de Wenden, direttore di ricerca al Cnrs (Centro nazionale per la ricerca scientifica del governo francese), dalle colonne del numero di marzo di “Études”, rivista di cultura contemporanea dei gesuiti di Francia. Nell’Ue si contano circa 30 milioni di stranieri. Primo Paese di immigrazione la Germania con 6,7 milioni di stranieri (il 9% della popolazione), seguita dalla Francia (3,5 milioni, il 6% della popolazione). Dagli anni’90, osserva Withol de Wenden, “gli Stati hanno concentrato i propri sforzi sul controllo delle frontiere, la lotta all’immigrazione clandestina, il terrorismo, la criminalità organizzata, e l’ossessione delle sfide legate all’integrazione”; sembra “che la preoccupazione per la sicurezza” prevalga “sulla volontà di armonizzare le politiche migratorie” nazionali.Le risposte europee. “L’Unione europea – spiega l’esperta – definisce le politiche di gestione dei flussi, che passano dal livello intergovernativo alla comunitarizzazione delle decisioni”, tuttavia “di fronte all’opinione pubblica ogni Paese tenta di dare l’illusione di essere padrone della sua politica in materia”. Il risultato è “un’Europa alla carta” nella quale si registra una “sovrapposizione di diversi spazi normativi” e di “sottosistemi parzialmente integrati”. Un “contesto ingarbugliato” in cui si colloca il “Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo”, fatto adottare nell’ottobre 2008 dall’allora presidenza francese Ue. Il documento fissa cinque impegni da attuare nel programma che succederà nel 2010 a quello di La Haye: organizzare l’immigrazione legale, “tenendo conto di priorità, bisogni e capacità di accoglienza determinati da ogni Stato membro”, e favorire l’integrazione; lottare contro l’immigrazione irregolare; rafforzare l’efficacia dei controlli alle frontiere; costruire “un’Europa dell’asilo” e, infine, dare vita ad un partenariato globale con i Paesi d’origine e di transito “favorendo le sinergie tra migrazioni e sviluppo”. Secondo l’esperta, “malgrado l’assenza di testo giuridico in forma di trattato vincolante per gli Stati”, nel Patto “domina la solidarietà”: esso “non vincola giuridicamente ma impegna politicamente gli Stati, pur nel rispetto della loro sovranità”, e costituisce un tentativo di “rinnovare il metodo di lavoro a livello europeo (dibattito annuale e rapporto della Commissione) con proposte nuove (un ufficio di sostegno europeo sulla cooperazione in materia di asilo)”.Le risposte degli Stati. Per Withol de Wenden, la maggior parte dei Paesi europei “ha risposto alla pressione migratoria con frequenti modifiche delle leggi in vigore sull’ingresso, il soggiorno e la nazionalità” nonché con “ondate di regolarizzazione”, considerando le migrazioni “un’eccezione storica”. “Se le procedure di ingresso o di transito sono armonizzate – osserva – le disposizioni relative al soggiorno rimangono di competenza dei diversi Stati in funzione della regola della sussidiarietà”. Immigrati, rifugiati e richiedenti asilo; “insediamenti di tipo quasi diasporico” o “eredità di un passato coloniale”; immigrazione “più mobile che non aspira necessariamente più a diventare sedentaria”: questi i principali tratti che il fenomeno assume oggi nel nostro continente. Ad essi si aggiunge il nuovo dibattito che dal 2000 scuote le convinzioni di chi è per “l’immigrazione zero”: l’invecchiamento della popolazione europea all’orizzonte del 2030, la scarsità settoriale di manodopera e gli squilibri tra popolazione attiva e non attiva. Un cambiamento a favore dell’apertura che, commenta la ricercatrice, è legato anche alla “competizione mondiale per attrarre i soggetti più qualificati” e inserisce la mobilità della popolazione giovane tra i “beni pubblici mondiali'”.I diritti emergenti. “Di fronte alle differenze tra i meccanismi europei di gestione dei flussi migratori e alle realtà che si stanno delineando, la comunitarizzazione delle decisioni europee è uno strumento di risposta più efficiente delle politiche statali, ma esso rimane ancora improntato ad una certa confusione” rileva l’esperta. “La posta in gioco consiste nel trovare un compromesso fra la chiusura e l’apertura, tra la logica della sicurezza e la logica economica”. Al tempo stesso “la mobilità e la democratizzazione delle frontiere fanno parte dei diritti emergenti – conclude – e si profilano tentativi di governance mondiale delle migrazioni che coinvolgano Paesi di partenza, di arrivo, organizzazioni internazionali non governative e associazioni di migranti”.