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Europa e migrazione: una questione culturale e politica comune
La migrazione è nel Dna dell’uomo. Dall’alba del mondo popolazioni grandi e piccole si spostano verso habitat fertili e accoglienti. La Bibbia stessa vi ha “dedicato” un libro intero. Nei tempi moderni gli Europei sono stati i primi a partire, verso le “Americhe”, lungo la rotta aperta per caso da Cristoforo Colombo. All’inizio con intenzioni poco edificanti (imperialismo, arricchimento, evangelizzazione più o meno forzata): errori – spesso crimini – per i quali la Chiesa e qualche Governo han chiesto perdono.L’industrializzazione e le grandi guerre hanno conferito alle emigrazioni oltreatlantico un significato quasi esclusivamente economico. Con un inizio difficile, accompagnato da dérapage malavitosi esportati soprattutto da italiani e irlandesi. Ma anche con un’infinita serie di esempi di dignità, fratellanza e successo, favoriti dalla possibilità d’integrazione offerta da un sistema aperto, cosmopolita, ben normato, che pur tuttavia ha assurdamente coltivato la piaga dell’emarginazione attraverso la schiavitù e il razzismo nei confronti dei coloured e l’insufficiente attenzione al sociale e alla solidarietà. La migrazione interna all’Europa – ed interna agli Stati, in Italia dal Sud al Nord, in Germania dal Nord al Sud – è venuta in seguito. E ha tutt’oggi proporzioni limitate (considerando il continente europeo come un unicum), se si pensa alla facilità con cui gli americani o i giapponesi si muovono all’interno dei loro territori. Siamo più «casalinghi». Paradossalmente, i meno casalinghi tra gli europei sono stati i popoli dove i vincoli e i valori familiari sono più importanti: italiani, greci e portoghesi furono infatti negli anni ’50 e ’60 pionieri di un’emigrazione disperata (a volte addirittura indotta) verso le miniere belghe e le industrie pesanti tedesche. In barba a qualsiasi dichiarazione o patto sui diritti dell’uomo, le pagine nere abbondano anche in questo caso. Per quanto triste e inconcepibile possa essere nel terzo millennio l’assenza di una politica comune dell’Ue in tema di immigrazione (e integrazione, aggiungiamo noi), va riconosciuto all’avvento rivoluzionario del principio di libera circolazione delle persone il merito di aver riportato l’immigrazione intracomunitaria sul piano generale della dignità e del rispetto.L’immigrazione verso l’Europa è un fenomeno diverso, iniziato con il colonialismo e per questo limitato sostanzialmente a 6 Paesi (Regno Unito, Francia, Olanda, Belgio, Spagna e Portogallo). L’Italia ne è stata sfiorata. Grazie anche alla lingua, gli immigrati «coloniali» si sono integrati in maniera sostanzialmente soddisfacente nel tessuto sociale e produttivo di accoglienza. I problemi maggiori si riscontrano a livello di seconde e terze generazioni, soprattutto in Francia. Sarebbe ipocrita negare come l’adesione alle Comunità del blocco dell’Est europeo abbia comportato nuovi flussi di massa (trainando tra l’altro l’immigrazione legale e clandestina proveniente dagli Stati post-sovietici) cui alcuni Governi Ue non erano e non sono sufficientemente preparati. Eppure avvisaglie vi erano state con il crollo del Muro di Berlino, gli esodi e gli sbarchi drammatici degli albanesi e, in misura minore, dei profughi dell’ex-Jugoslavia, e con i milioni di cittadini turchi stabiliti in Germania già da decenni.La scarsa capacità di controllare i flussi migratori assieme ai Paesi di origine e la mancanza di coordinamento a livello comunitario sono all’origine delle difficoltà ora di inserimento, ora di accettazione. I telegiornali e la gente non parlano d’altro. L’integrazione all’interno di Stati che comunque attraversano un periodo di crisi tanto economica quanto valoriale risulta particolarmente complicata. Ne derivano comportamenti criminali e razzismo nelle due direzioni. Il grande pericolo è il rifiuto, che purtroppo è nella natura umana. Rifiuto all’accoglienza, all’ascolto e alla comprensione del “diverso”. Ma sempre più anche rifiuto degli stessi immigrati a rispettare le regole della convivenza. Sul versante interno l’Unione Europea ha compiuto enormi passi avanti. Non vige ancora il passaporto europeo, ma la libera circolazione, la carta sanitaria e il libero stabilimento della professione sono l’anticamera della cittadinanza europea. Alle frontiere esterne la situazione cambia, in peggio: il giusto sforzo d’integrazione (che richiede in ogni caso un maggior coinvolgimento della società civile e di chi fa quotidianamente dell’integrazione missione e professione) deve essere accompagnato da prese di posizione più nette nei confronti degli Stati terzi per chiedere collaborazione, serietà, rispetto delle leggi e pari trattamento per i cittadini europei che vanno all’estero.Accoglienza, ascolto, rispetto e applicazione delle regole, solidarietà, tolleranza religiosa, dialogo, convivenza. Un quadro ideale, ma lontano. È un problema culturale, di educazione, dal quale nessuno può chiamarsi fuori.