KOSOVO (3)
Volti di bambine: volti del futuro?
Tyana ha sette anni e sogna di fare la giocatrice di tennis. Saranda ne ha nove e da grande vuole fare la giornalista. Bambine come tante che studiano nella piccola scuola del villaggio di Binca/Binaq: due piccoli edifici costruiti accanto alla chiesa ortodossa, a pochi passi dal centro, formato da un paio di negozi. Una storia come tante se Tayana non fosse una bambina serba e Saranda albanese. E, soprattutto, se la loro scuola, dove studiano insieme, non si trovasse in Kosovo, l’ormai ex provincia serba dove gli scontri tra le due etnie hanno insanguinato la fine degli anni novanta.A Binca/Binaq (nome serbo e albanese) dal 2001 è attiva una scuola multietnica dove i bambini delle due comunità, pur restando in classi divise per poter seguire sia il programma serbo che quello albanese, possono studiare insieme condividendo lezioni come musica, disegno, ginnastica oltre agli spazi per la ricreazione. Un esempio di convivenza raro in questa regione dei balcani dove, seppur gli episodi di violenza siano nettamente diminuiti negli ultimi anni, le due comunità tendono a vivere isolate, in alcuni casi anche all’interno di uno stesso villaggio.Perché se una sorta di stabilità può sembrare raggiunta, ad eccezione dell’area a nord di Mitrovica, dove la maggioranza serba continua a rifiutare l’indipendenza proclamata unilateralmente dagli albanesi lo scorso 17 febbraio, ancora molti passi devono essere fatti per poter realmente parlare di riconciliazione. Michele Luppi, inviato di SIR Europa, racconta l’esperienza del villaggio kosovaro.Un piccolo grande esempio. Il villaggio di Binca/Binaq, poco più di cinquecento abitanti (350 albanesi, quasi tutti cattolici, e 200 serbi), sorge nella municipalità di Viti/Vitina, nel Kosovo meridionale al confine con la Macedonia. A pochi chilometri dal santuario di Letnica, caro a Madre Teresa. Proprio qui, infatti, la beata albanese, si recava ogni estate per la festa dell’Assunta. Ed è qui che prese la decisione di consacrare la propria vita a Dio.Entriamo nella scuola accompagnati da don Lush Gjergji per molti anni parroco del villaggio e tra i promotori dell’iniziativa. “Fin dai giorni successivi alla fine della guerra con il ritiro dell’esercito serbo e l’arrivo della Nato – ci racconta il sacerdote – abbiamo capito che bisognava agire subito per evitare altro odio e dolore. Così abbiamo deciso che per sanare le divisioni si sarebbe dovuto partire dall’inizio, ovvero, da quando Milosevic decise che serbi e albanesi non potevano più studiare insieme. Da lì in accordo con le famiglie e gli insegnanti, grazie al contributo economico della Caritas italiana, abbiamo ricostruito questa scuola”.Entriamo nel primo dei due edifici dedicato all’intellettuale serbo, Mladen Markovic, l’altro, lì accanto, è intitolato, invece, allo scrittore e poeta albanese, Ndre Mjeda.In una piccola classe, scaldata da una grande stufa a legna, dieci bambini serbi stanno facendo lezioni di inglese. In totale sono sessanta gli alunni della scuola, di cui quarantaquattro albanesi.”Lavoro qui da due anni e a quanto posso vedere non ci sono mai stati problemi tra i bambini”, ci racconta Srecko Vlajkovic, maestro serbo. “Speriamo – continua – che non succeda niente di male perché stiamo provando a creare un bel futuro ritornando alla pacifica convivenza che qui abbiamo avuto per tanti anni”.Questa è infatti un’area del Kosovo dove storicamente serbi e albanesi hanno sempre convissuto pacificamente. Fino a pochi anni fa vivevano nella zona anche molti croati, quasi tutti scappati durante le guerra tra Serbia e Croazia per paura di possibili ripercussioni.Nella classe accanto studiano invece tredici bambini albanesi. “Dall’ultima guerra – ci racconta Nuhi Gashi, insegnante albanese – fortunatamente non ci sono state vittime in questa zona mentre in altre aree le violenze sono continuate. Per questo dobbiamo ringraziare anche i genitori perché è grazie a loro che i rapporti sono stati sempre buoni”.Condividendo gli stessi spazi i bambini imparano anche a conoscere la lingua dell’altro potendo così iniziare a comunicare. Oggi, infatti, in Kosovo sta crescendo una generazione che non conosce la lingua e la cultura dell’altro. “Abbiamo sempre cercato di lavorare insieme per il bene di tutto il villaggio”, ci racconta Zoran Marinkovic, responsabile dei serbi di Binac, accogliendoci nella sua casa a pochi passi dalla scuola. “Noi siamo sempre stati un esempio in Kosovo e oggi siamo riusciti a lasciarci alle spalle tutto quello che abbiamo passato durante il regime di Milosevic. Ora chiediamo solo la possibilità di lavorare (la disoccupazione raggiunge picchi del 60% ndr) e di guadagnarci da vivere con il sudore della fronte”.Quella di Binca/Binaq è sicuramente un’esperienza rara ma è significativo poterla raccontare in questi giorni in cui in Kosovo cresce la frenesia per i festeggiamenti dell’indipendenza ma, dall’altra parte, la preoccupazione per momenti di tensione e violenza che potrebbero verificarsi nel nord del Kosovo.