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Le due sponde

L’Ue e il terzo new deal Usa

Le due sponde dell’Atlantico hanno indubbiamente vissuto la campagna elettorale per l’elezione del successore di George W. Bush con identico pathos, ma con obiettivi ed interessi diversi. Tanto nella forma quanto nella sostanza. Con l’unico comune denominatore della crisi economica e finanziaria. Se da parte americana l’attenzione dei cittadini e della business community era principalmente rivolta al tema del nuovo corso socio-economico interno (ed anche per questo motivo ha prevalso Barak Obama su Hillary Clinton prima e su John McCain poi), il Vecchio Continente ha dato priorità alla ridefinizione delle relazioni internazionali ed alla necessità di abbandonare il ruolo di subalternità europea in un certo qual senso imposto dalle scelte di politica estera che la Casa Bianca ha assunto a partire dal 2000.Che effetto ha avuto – o meglio – che effetto avrà l’insediamento di Obama per l’Unione europea ed i suoi Stati membri? Serietà impone prudenza: affrettarsi a speculare a caldo sul terzo new deal della storia americana (o potenziale tale, dopo quelli reali di Roosevelt e Kennedy) e le sue ripercussioni esterne potrebbe creare nel bene e nel male false impressioni e pregiudizi difficili poi da correggere. Già nel corso della campagna elettorale americana gli analisti europei si erano cimentati nel descrivere possibili vantaggi e svantaggi per l’Europa derivanti dall’elezione di Obama piuttosto che di McCain o del clan Clinton. Domande quali “cosa fa comodo all’UE?” o ancora “meglio l’inesperto e pacifista Obama o il navigato intervenzionista McCain?” hanno monopolizzato per un anno giornali e telegiornali, senza però aver generato risposte esaurienti e soprattutto comprovate dai fatti. E sarebbe stato strano il contrario.Quel che è certo – malgrado non sia stato sufficientemente sottolineato fino a questo momento – è che un’America più chiusa in sè stessa nel senso di più attenta ai problemi nazionali non “farebbe il gioco” di un’Europa che vuole aprirsi e che per farlo ha bisogno del partner storico saldamente al suo fianco. Va da sè che il miglioramento del dialogo transatlantico ed il perseguimento degli interessi politici ed economici europei non dipendono solo da Washington: un ruolo fondamentale avrà la capacità dell’Ue di dotarsi finalmente di una posizione univoca in tema di relazioni estere. Bruxelles ed i Governi europei devono impegnarsi in tal senso ed abbandonare una volta per tutte il solito rituale delle missioni pompose, costose e dalla dubbia (scarsa?) utilità del Rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune a favore di un approccio unitario e più sostanziale. Perchè non copiare il modello dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, dove a nome dell’Unione parla uno per tutti, e con ottimi risultati? È una scelta politica, di genuina integrazione e costruttivo spirito comunitario, che quando concretizzata potrebbe addirittura “trainare” l’America in un circolo virtuoso di autentica volontà di pacificazione, di vero dialogo interculturale, di aiuti umanitari efficaci e di cooperazione allo sviluppo sostenibile.Due parole infine sull’economia e sul suo declino a livello planetario, tema oggi trasversalmente e tristemente condiviso tanto dalle City quanto dalle baraccopoli, la cui origine comune va ricercata proprio oltreoceano. Era dai tempi d’oro delle querelles tra Zio Paperone e Rockerduck che non si sentiva più parlare di trilioni. Ci voleva Barak Obama per rispolverare la mitica corsa all’oro, che oggi veste i ben più umili e per molti tragici panni della fuga dalla bancarotta mondiale al grido di “si salvi chi può…e come può!”. Il pacchetto anti-crisi presentato settimana scorsa a tempo di record dal Gabinetto Obama e promulgato non senza qualche riserva dal Congresso ammonta a 819 miliardi di dollari, cui andranno aggiunti altri per un totale che supererà il trilione. Misure dall’altissimo rischio inflazionistico, per la copertura delle quali sussistono dubbi enormi, e la cui velocità di definizione ha sorpreso i più. L’Europa delle esportazioni – la cui sopravvivenza finanziaria è strettamente legata all’andamento dell’economia globalizzata – farebbe bene a ricordare al Tesoro americano che chi si mangiava i cappelli alla fine era sempre Rockerduck, mal consigliato dalla fretta e dalla smania di competizione.Il mondo ultimamente è peggiorato, la crisi dei valori non è inferiore alla crisi del sistema finanziario. Non ne sono estranei il grilletto facile di Bush e la politica dello struzzo così sovente messa in pratica dall’Unione europea, desolanti leit motif dell’ultimo decennio. Siamo convinti del fatto che Washington e Bruxelles possano solo migliorare.