ANDORRA

Una singolare figura

Il vescovo di Urgell (Spagna) e coprincipe del piccolo Stato europeo

Vescovo e principe: la figura di mons. Joan Enric Vives I Sicilia, attuale vescovo d’Urgell e coprincipe di Andorra, sembra richiamare a quelle epoche antiche in cui potere spirituale e temporale si fondevano nella mani di un’unica persona, il vescovo appunto. Posizione che in una Europa laica, e sempre più laicista, resta difficile da comprendere se non d’accettare. Eppure, ancora oggi, nel 2009, mons. Joan Enric Vives I Sicilia è coprincipe di Andorra, piccolo Stato dell’Europa sui Pirenei orientali, tra la Francia e la Spagna. Ruolo che condivide addirittura con il presidente Nicolas Sarkozy. Quest’ultimo è l’unico caso al mondo di un capo di Stato che è contemporaneamente – anche se in condominio – alla testa di un altro Paese, che confina con il suo. A scanso di equivoci sarà bene precisare che le cariche sono in qualche modo teoriche; infatti i coprincipi delegano i propri poteri ai loro rappresentanti. È il Primo Ministro che, di fatto, esercita il potere ad Andorra, assieme al suo Governo. Daniele Rocchi, per SIR Europa, ha incontrato mons. Vives I Sicilia. Eccellenza, come si trova in questa duplice veste?“La gente di Andorra da sempre ha accolto con favore la figura del vescovo e del coprincipe. Sanno, infatti, che il coprincipe episcopale è stata la garanzia della sovranità e della indipendenza del principato. Tant’è che nel referendum del 1993 gli abitanti hanno ribadito tale scelta mantenendo la figura del coprincipe”.Un ruolo che potrebbe essere additato come esempio di proficua collaborazione tra Chiesa e Stato… “In effetti, la mia figura non è del tutto rappresentativa: devo vedere il Parlamento, il capo del Governo, posso esprimere liberamente il mio pensiero sulle scelte assunte, i miei discorsi non hanno censure preventive. Posso intervenire sulle nomine del tribunale costituzionale e del Consiglio superiore della giustizia. Come coprincipi siamo coinvolti nella vita politica attraverso i nostri delegati. Il mio impegno, in questo senso, è lavorare per la pace, per la riconciliazione, per mostrare il volto più bello del mio Paese, per il bene comune”.Qualche problema, forse, le arriva dalla sua veste di vescovo di Urgell, diocesi spagnola di oltre 200 mila anime, molte di più rispetto alle nemmeno 80 mila di Andorra. È così?“Le urgenze che devo affrontare in questo mio compito pastorale nella diocesi di Urgell, la più grande della Catalogna, sono le stesse dell’Europa e si chiamano secolarismo e relativismo etico. Ci sono poi le leggi spagnole…”.Note dolenti che preoccupano non poco l’episcopato spagnolo…“Penso che l’attuale governo abbia esercitato una grande pressione sulla popolazione riguardo a temi sensibili, importanti per tutti e non solo per la Chiesa cattolica che è una voce ascoltata malgrado tante critiche di ingerenza che le piovono addosso. La Chiesa ha il diritto di esprimere la propria opinione mantenendo sempre aperto il dialogo ed evitando chiusure. Essa deve avere la libertà di parlare per il bene comune, per la società, affinché questa non venga scarsamente considerata dalla politica. Quello che esprime deve servire al dialogo, alla riflessione specialmente se i temi che tratta sono legati al valore della vita, della famiglia, della bioetica, del lavoro, dell’immigrazione, dei giovani. I politici devono ascoltare di più le istituzioni morali, non solo la Chiesa certo, ma anche studiosi, cattedratici, esperti. La Chiesa ha la vocazione di stare tra la gente offrendo la propria verità e non imponendola. Bisogna trovare il modo di incontrarsi e dialogare nel rispetto e nella moderazione”.Non le pare che dal mondo politico ci sia il tentativo, invece, di relegare la fede alla sfera privata?“Gli ultimi tre secoli sono stati piuttosto difficili per la Chiesa. Abbiamo assistito a guerre e a conflitti per giungere ad uno stato secolare, liberale. Si voleva modernizzare la società e si attaccava la Chiesa ed il clero. I tanti martiri in Europa ce lo stanno a ricordare. Il messaggio che si è cercato di far passare era che senza religione il mondo sarebbe stato migliore. Oggi possiamo dire che non è così. Nonostante ciò non mancano gesti che tendono a marginalizzare la fede. Penso a fatti come la decisione di un giudice spagnolo di rimuovere, in nome di una malintesa laicità, il crocifisso dalle aule scolastiche. Il fatto che la Spagna sia un Paese aconfessionale non vuol dire che non possa o debba valorizzare la religione. La Spagna, così come l’Europa continua ad avere un’anima cristiana”. Nel Trattato costituzionale europeo non v’è traccia, però. Come lo spiega?“Non me lo spiego. Cancellare le radici cristiane dell’Europa significa rinunciare ad una millenaria tradizione di perdono, di riconciliazione, di accoglienza, di condivisione, di cultura. Sono questi i valori primari che il cristianesimo apporta alla società. In questa etica sociale, laici e cattolici, credenti e non credenti possono ritrovarsi”.