ECUMENISMO

I due candelabri

Terra Santa: parla il biblista padre Frederic Manns

Dal 18 al 25 gennaio si tiene la “Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani”, quest’anno sul tema “Che formino una sola cosa nella tua mano”, tratto dal libro del profeta Ezechiele (37,17). Nell’Angelus di domenica 18 gennaio, Benedetto XVI ha auspicato che “i cristiani camminino in modo risoluto verso la piena comunione tra loro”, ricordando che “l’impegno ecumenico è ancora più urgente oggi, per dare alla nostra società, segnata da tragici conflitti e da laceranti divisioni, un segno e un impulso verso la riconciliazione e la pace”. Un invito che assume un valore particolare se riferito alla Terra Santa, a Gaza, teatro dell’ennesimo sanguinoso conflitto. A riguardo Daniele Rocchi, per SIR Europa, ha incontrato il noto biblista e direttore emerito dello Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, padre Frederic Manns.La Terra Santa è sempre stata definita un laboratorio ecumenico. Quali sono attualmente le luci e le ombre del dialogo?“La Terra Santa è un laboratorio ecumenico e come in tutti i laboratori capitano ogni tanto delle esplosioni. Anche in Terra Santa, nel Santo Sepolcro ci sono ogni tanto risse tra armeni e greci. Non c’è bisogno di gridare allo scandalo, perché polizia e televisione sono avvertite molto tempo prima. Finché i cristiani sono divisi non rappresentano nessun pericolo per chi li circonda. La loro vita è in contraddizione con il messaggio che proclamano, ripetono gli Ebrei. Parlare dei cristiani di Terra Santa non è facile, perché questi sono le membra sofferenti del corpo di Cristo. La presenza di questa minoranza è un miracolo. Nonostante le difficoltà di ogni genere essa resiste anche se a Betlemme vive in una gabbia e se a Gaza conosce gli orrori della guerra. Ci vuole umiltà da parte dei cristiani occidentali per parlare dei fratelli orientali”. Chi viene in Terra Santa resta negativamente colpito dalla divisione dei cristiani…“Molti pellegrini ripetono: le divisioni delle Chiese a Gerusalemme sono un scandalo, perché nel cenacolo Gesù ha pregato per l’unità. È vero, ma questi dimenticano che nessuna delle grandi divisioni è nata a Gerusalemme. Tutte sono state importate dall’estero. Gerusalemme ne porta solo le conseguenze. In Medio Oriente i cristiani sono sempre di meno. È un fatto sociologico: i fedeli si identificano facilmente come cristiani, mentre il clero si identifica a livello confessionale con l’appartenenza ecclesiale. Per i fedeli quello che conta è la solidarietà dei cristiani di fronte ai non cristiani. La guerra di Gaza ne è l’ultima illustrazione. A livello di Caritas e di movimenti giovanili, ortodossi e protestanti collaborano. L’unità non è un problema, si sente dire spesso, l’unica cosa che ci separa è la data delle feste, sulle quali i nostri patriarchi non riescono a mettersi d’accordo. Altrove si sono messi d’accordo per celebrare Natale e Pasqua insieme. Gerusalemme che dovrebbe essere la madre di tutti non riesce ad unire i suoi figli. In Galilea i rapporti ecumenici sono più spontanei e più fraterni anche a livello dei capi delle Chiese. Sono sempre problemi di rapporti tra persone. C’è chi è più aperto e chi meno”.Ritiene più sviluppato l’ecumenismo di base o quello delle gerarchie? “È vero che l’ecumenismo della base non pone nessun problema. E quello della gerarchia invece non è facile. Gerusalemme ha il triste vantaggio di avere 13 Chiese più un custode dei luoghi santi per un gregge piccolo. Ma quale vescovo è pronto a rinunciare alla sua mitria? C’è da aggiungere che questi vescovi si ritrovano ogni due mesi in genere dal 1994 e che i patriarchi si trovavano quasi ogni mese durante l’intifada, a tal punto che alcuni ebrei dicevano: finiranno per unirsi contro di noi. Vescovi e patriarchi discutono insieme i problemi comuni della piccola minoranza cristiana. E un passo avanti molto importante. Quelli che spingono all’ecumenismo sono le comunità della Chiesa internazionale presenti a Gerusalemme. Le preghiere per la Settimana dell’unità sono frequentate più che altro dai cristiani stranieri. Al livello teologico non c’è nessuna discussione seria, perché non tutte le Chiese hanno qui i loro teologi. La Chiesa ortodossa ritiene che questo dialogo teologico deve essere fatto dalle più alte autorità”.La maggioranza dei cristiani di Terra Santa è ortodossa. Ciò influisce positivamente o negativamente nel dialogo con i cattolici?“Tra i problemi dell’ecumenismo c’è l’accusa che fanno gli ortodossi ai cattolici di fare proselitismo. L’accusa era vera nei secoli passati. Molti latini di fatto provengono dall’ortodossia. Da quando il patriarcato latino è stato restaurato, un movimento missionario si è sviluppato in Terra Santa. I missionari hanno fatto un lavoro eccezionale e hanno bloccato l’avanzata dell’Islam grazie alle scuole cristiane e le opere sociali. Ma nel secolo XIX questo rinnovo significava indirettamente lavorare per il ritorno degli “cismatici alla Chiesa di Roma. La Chiesa ortodossa non ha ancora accettato che in un momento in cui non aveva né mezzi né il personale la Chiesa cattolica ne abbia approfittato. Questa ferita rimane aperta. Con il Vaticano II la Chiesa cattolica ha cambiato la sua strategia. Ma in Oriente tutti hanno una buona memoria e non sono pronti a dimenticare. Per guarire le ferite del passato ci vuole tempo”. Le divisioni tra cristiani pregiudicano in qualche modo il dialogo interreligioso con ebrei e islamici?“L’ecumenismo ha fatto passi di giganti questi ultimi 40 anni, specialmente da parte cattolica. Non si può dire altrettanto del dialogo interreligioso. Per il momento il dialogo interreligioso non esiste. La guerra significa assenza di dialogo. Quando ci sarà pace, sforzi dovranno essere ripresi per un dialogo tra ebrei e musulmani. Solo la piccola minoranza cristiana può aprirsi al dialogo tra i figli di Abramo. I cristiani hanno in comune con gli ebrei la Bibbia e con l’Islam la lingua araba. Chi meglio di loro può gettare ponti e abbattere muri?”. Quale futuro prevede per l’ecumenismo in Terra Santa?“L’unità dei cristiani è un dono dello spirito. Un dono si può accettare o rifiutare. Tutto dipende dalle risposte che daranno le Chiese a questo dono. Chi è ottimista ricorda la profezia di Isaia: «Le lance saranno trasformate in aratri». Il fatto di essere sempre meno costringerà i cristiani ad unirsi. Siamo condannati ad unirci o a scomparire dal Medio Oriente. Non c’è altra scelta. Chi è pessimista ricorderà che mai la Chiesa di Gerusalemme ha conosciuto un’unità perfetta, néanche agli inizi. Ha sempre conosciuto e accettato il pluralismo. I giudei-cristiani non hanno accettato Paolo. La Chiesa giudeo-cristiana stessa era divisa in diversi gruppi, come lo era del resto il giudaismo del primo secolo. L’Oriente preferisce la libertà dei figli di Dio a una unità che permette alla gerarchia di fare statistiche e di sentirsi tranquilla. Vorrei finire con un simbolo. Nella Chiesa latina di San Salvatore, sede della Custodia di Terra Santa, i fedeli possono ammirare due candelabri enormi disposti nel coro. La loro storia mi è stata raccontata da un frate. Nella sagrestia erano stati raccolti tanti pezzi di candelabri e di vasi che provenivano dalle lotte nel Santo Sepolcro tra cattolici e scismatici, come li chiamavano in quel tempo. Un sagrestano decise di mandare questi resti in una fonderia italiana che ne fece due candelabri che si possono vedere adesso. Un giorno tutte le nostre lotte diventeranno pezzi di un mosaico meraviglioso, che rappresenterà i cristiani di Terra Santa con le loro ricerche, i loro dubbi e le loro paure. Greci, armeni, latini, copti, siriani, etiopici e tutte le Chiese protestanti capiranno che l’unico Signore della storia rispetta tutte le culture e capisce tutte le lingue”.