ROM

Europei senza patria

Storie di umanità in un libro nato nell’esperienza di S.Egidio

Sono otto/nove milioni gli zingari in Europa, ma sarebbe più giusto definirli “Europei senza patria” (Guida editori, 2009), come il titolo di un libro di Gino Battaglia, esperto di dialogo ecumenico ed interreligioso presso la Conferenza episcopale italiana, che raccoglie episodi, fatti e frammenti di vita delle comunità Rom, Sinti, Manus, Kale, Khorakhané, ecc.. Volti e storie incontrate dalla metà degli anni ’80 ad oggi nell’ambito delle iniziative della Comunità di Sant’Egidio in diverse città. Un volume che vuole “aiutare a guardare alla vita di uomini e di donne, oltre gli schermi e le barriere della prevenzione, del sospetto e del pregiudizio”. Perché nei confronti degli zingari – osserva Battaglia nell’introduzione – c’è “un pregiudizio antico: lo zingaro come incarnazione del male. Lo zingaro fannullone, lo zingaro ladro. Lo zingaro ladro di bambini (nessun processo in epoca contemporanea ha mai dimostrato questa accusa però sempre ripetuta). La zingara strega. Lo zingaro bugiardo, violento, ubriacone, sporco (oggi anche inquinatore). Insomma, gli zingari brutti sporchi e cattivi”. L’idea di pubblicare questo volume, spiega ancora l’autore, è nata in seguito all’episodio del pogrom antigitano a Ponticelli (Napoli), in Italia, nel 2008: un presunto tentativo di sequestro di una neonata in una casa, da parte di una ragazzina rom, scatenò una rivolta violentissima contro gli insediamenti della zona, costringendoli alla fuga. Il fatto ebbe una eco enorme sui mass media, acutizzando il sentimento di antigitanismo. Al contrario, notizie come quella riportata in questi giorni da un giornale calabrese meritano solo pochissime righe e nessuna enfasi: a Reggio Calabria un nomade ha salvato e portato alla polizia una bimba di 2 anni smarrita. Ecco alcune storie e frammenti di umanità da questo mondo.La preghiera di Susanna. “Susanna, di nove anni, racconta: ‘Noi preghiamo Dio quando uno è malato, perché Dio sta vicino a chi è malato, e quando uno è in carcere perché Dio apra la porta”.Walter va a fare le vaccinazioni. “Andare a fare le vaccinazioni per i bambini rom è una festa. Andare dal dottore è per loro una esperienza divertente. È uno di quei casi in cui ci si mette il vestito più bello. Spesso i bambini si lavano e si pettinano a lungo, preparandosi meticolosamente. I più piccoli si fanno aiutare dalla madre. Poi, tutti vengono via stringendo tra le dita le mille lire per il gelato o le patatine, salutati con ogni raccomandazione, come se dovessero stare via un giorno intero. Oggi Walter, che ha otto anni, è venuto per la prima volta a fare le vaccinazioni, indossando un vestito nuovo che per lui era enorme, tanto da dover rimboccare maniche e pantaloni. Ha raccontato della sua vita al campo e di suo padre che è in carcere perché, ha detto, gli hanno fatto la spia. Di sé ha detto, tutto convinto: ‘Io sono troppo cattivo’, e ha chiesto se esistesse una medicina che fa diventare buoni perché ‘davvero io mi arrabbio troppo con mia madre”.Il primo giorno di scuola. “Oggi Goran, di dodici anni, e Marija, di tredici, sono andati per la prima volta alla scuola media. Davanti al cancello, Marija si è messa a guardare gli altri ragazzini che entravano a scuola. ‘Adesso’, ha detto, ‘ci riconosceranno tutti che siamo zingari!’. Eppure Goran e Marija sono ben vestiti, puliti, hanno la cartella con i quaderni, come tutti gli altri… ‘Noi siamo brutti’, ha aggiunto Marija con decisione, ‘noi siamo zingari e brutti…”.Donne sinte. “Come sostengono anche gli antropologi e gli esperti, la donna ha presso i Sinti una posizione sociale di grande importanza (…). Tra i parenti e nel campo, hanno voce nelle decisioni importanti e sono rispettate dai figli e dai giovani in genere. Hanno spesso storie drammatiche alle spalle, se la sono cavata da sole, hanno cresciuto figli e insieme lavorato, anche senza uomini…”Avere sessant’anni. “Moussa è un privilegiato: tra i Rom la durata media della vita è di trentacinque anni, perché le malattie, le difficoltà, i viaggi, il freddo, il caldo, consumano molto prima. In queste condizioni chi è debole, malato o vecchio non ha molte possibilità di sopravvivere a lungo. Anche piccoli problemi che in altre condizioni sarebbero facilmente affrontabili e risolvibili, diventano ostacoli insormontabili”.Di fronte alla morte. “Hugo è un ragazzo khorakanò. Parla dei suoi dubbi sulla morte. ‘Secondo me quando si muore è finito tutto’, dice. ‘No! Dopo che uno è morto, si va da qualche parte: ci deve essere un posto dove si va’, gli risponde Gianni. (…) La morte è presente nella vita dei Rom. Si muore giovani, si muore bambini, si muore di morte violenta, si muore davanti a tutti. Ognuno è coinvolto nelle sofferenze e nei lutti. E della morte si parla: ci si ragiona collettivamente, si guarda in faccia il vuoto che essa porta con sé”.