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L’Unione europea al vertice di Copenaghen
Limitare, e in futuro diminuire, le emissioni a effetto serra che provocano il riscaldamento del pianeta; correggere i sistemi produttivi e gli standard di vita improntati allo sfruttamento senza controllo delle risorse del pianeta; il tutto per contrastare gli effetti del cambiamento climatico che, comunque, è già in atto. Con questi obiettivi, dal sapore “ambientalista”, i responsabili politici dell’Unione europea salgono la scaletta dell’aereo verso Copenaghen. Dal 7 al 18 dicembre, Consiglio, Commissione e Parlamento Ue siederanno al tavolo dei negoziati della Conferenza promossa dalle Nazioni Unite allo scopo di definire una strategia per il dopo-Kyoto. L’Europa comunitaria sembra aver compreso da tempo quale sia la posta in gioco: segnare un punto di svolta nel rapporto umanità-ambiente, oppure avviarsi verso una progressiva catastrofe, non solo naturale, della quale già oggi saggiamo qualche conseguenza: aria irrespirabile e danni alla salute nei paesi sviluppati, desertificazione e carenza d’acqua in quelli alla fame, ghiacciai che si sciolgono, innalzamento dei mari, moltiplicarsi di eventi meteorologici estremi e altro ancora. Effetti perversi, cui vanno collegati fenomeni a carattere demografico (esodi e migrazioni), economici (squilibri agricoli, costi industriali), politici (tensioni regionali, guerre). Per tale ragione l’Ue27 – che certo non ha la coscienza pulita rispetto alla tutela ambientale – si è impegnata a muoversi compatta nella capitale danese, per fare in modo che siano assunte decisioni vincolanti tali da contenere il global warming entro i 2 gradi centigradi. Su questa strada, l’Ue è giunta a varare, dopo anni di lavoro, una “strategia” che si pone tre impegni prioritari: ridurre entro il 2020 i gas a effetto serra del 20% rispetto al 1990 (o del 30%, previo accordo internazionale); limitare i consumi energetici del 20%; soddisfare il 20% del fabbisogno energetico mediante fonti rinnovabili. Non tutto è chiaro nella “casa comune”: ad esempio, il calcolo dei costi economici derivanti da un atteggiamento virtuoso verso l’ambiente ha generato perplessità, ritrosìe, veri e propri braccio di ferro. Eppure l’accordo non è mancato. Non solo: l’Europa ha accettato di pagare il prezzo del sostegno alle economie “in via di sviluppo”, così da aiutarle a combattere il cambiamento del clima (gli scienziati concordano che i problemi maggiori legati al riscaldamento planetario ricadranno sulle nazioni del terzo e quarto mondo). I Ventisette mostrano dunque di aver recepito la sfida climatica: si sono assegnati impegni “sostenibili”, hanno ragionato sui relativi costi, hanno soprattutto messo in conto che ogni auspicabile successo richiede una forte spinta politica e altrettanta capacità di persuasione dell’opinione pubblica, tale da indirizzare i più semplici comportamenti quotidiani verso la salvaguardia del Creato. Si tratta di una questione assolutamente ampia e complessa: chiama in causa i settori produttivi, i mercati (interni e internazionali), l’utilizzazione delle risorse (a partire da quelle energetiche), i nodi geopolitici, gli stili di vita di ogni giorno… L’Ue ha la possibilità di portare a Copenaghen tutte queste argomentazioni: il successo della Conferenza Onu dipenderà anche dalla capacità degli europei di persuadere gli altri attori globali, a partire da Stati Uniti, Cina e India. Convincerli, in definitiva, che la salute, il benessere, la pace, uno sviluppo equo, la lotta alla povertà e alla sete, dipendono dal nostro modo di porci, con responsabilità, “dinanzi” e “dentro” l’ambiente che ci è consegnato. E che dovremo trasmettere alle prossime generazioni.