ALBANIA

Rialzata dalla polvere

Una Chiesa ferocemente perseguitata ora guarda al futuro

“La Chiesa si è rialzata dalla polvere”. È l’immagine che mons. Rrok Mirdita, arcivescovo di Tirana-Durrës e presidente della Conferenza episcopale dell’Albania (Cea), utilizza per descrivere l’attuale situazione della comunità cattolica nel Paese. Per 50 anni la Chiesa è stata perseguitata dalla feroce repressione del regime comunista, che cercò di sradicare del tutto la fede arrestando, torturando e uccidendo sacerdoti e laici cattolici, distruggendo chiese e icone, bruciando testi sacri, vietando ogni manifestazione di culto. Oggi la Chiesa albanese sta vivendo la stagione della nuova evangelizzazione, alla luce del Concilio Vaticano II. Una vitalità che emerge anche dalle decisioni prese durante l’assemblea plenaria d’autunno della Cea (Tirana, 9-10 novembre); tra le altre, la nomina – per la prima volta nella storia – del portavoce dei vescovi, incarico affidato a don Gjergj Meta, dell’arcidiocesi di Tirana-Durres. Abbiamo incontrato mons. Mirdita, al termine dell’assemblea della Cea, e gli abbiamo chiesto di raccontare a SIR Europa le sofferenze subite dalla Chiesa albanese e le attese per il futuro.Il 9 novembre è stato celebrato il 20° anniversario della caduta del Muro di Berlino. Cosa ha rappresentato quell’evento per l’Albania?“La caduta del Muro di Berlino ha avuto grande importanza per l’Albania: da quel giorno cominciarono, infatti, le incrinature di quella cortina di ferro – la più impenetrabile in assoluto – che aveva isolato il Paese dal resto del mondo per quasi mezzo secolo. Come per i tedeschi, così anche per gli albanesi era impossibile superare il muro dell’isolamento senza rischiare la vita. La cortina di ferro in Albania non ha rappresentato solo l’isolamento di un popolo, ma la sua separazione dai processi di sviluppo del mondo. E ciò è valso sia verso i Paesi dell’Occidente, sia verso i Paesi ex-comunisti. Mentre questi ultimi avevano – anche se con difficoltà – qualche possibilità di movimento libero, in Albania il regime restava molto repressivo. Quello dell’Albania è stato un isolamento nell’isolamento; per questo, la caduta del Muro ha rappresentato per il Paese un momento molto significativo”.Per cinquant’anni la comunità cattolica albanese è stata perseguitata…“Durante gli anni della feroce repressione del regime comunista, la Chiesa cattolica non solo è stata perseguitata e oppressa, ma è stata completamente annullata. Si è fatta sparire ogni traccia di essa. Purtroppo, dal punto di vista istituzionale, il regime ha ottenuto ciò che voleva. Basta ricordare che il clero cattolico, quasi nella sua interezza, scomparve: molti sacerdoti vennero fucilati, altri internati nei campi di lavoro forzati e nelle carceri, alcuni di essi sono sopravvissuti con gravi conseguenze. È un miracolo che la Chiesa abbia comunque superato quella persecuzione selvaggia e sistematica che aveva come obiettivo finale l’eliminazione di ogni simbolo cristiano, finanche la stessa cultura cattolica. I sacerdoti vennero perseguitati e fucilati solo perché avevano studiato nelle migliori università europee con una disciplina interiore che non permetteva loro una logica di compromesso con il male. Anche se tutte le comunità religiose hanno sofferto durante il regime, nel mirino del dittatore Hoxha c’era, in modo particolare, la Chiesa cattolica. In un discorso pubblico del 6 febbraio 1967, il dittatore aveva affermato che i problemi più grandi venivano creati dal clero cattolico, che era molto preparato e lavorava con dedizione. Nonostante ciò, i sacerdoti albanesi non si sono fatti inginocchiare dalla repressione”. La visita di Giovanni Paolo II, nel 1993, segnò una svolta per la Chiesa nel Paese…“Quella visita ha avuto una particolare importanza per la Chiesa, quasi inesistente, in Albania. Oltre ad un enorme incoraggiamento, la presenza del Santo Padre fu molto importante perché rappresentò il primo atto della ricostituzione della gerarchia cattolica, dopo quasi mezzo secolo. La visita di Giovanni Paolo II segnò l’inizio di una nuova epoca nella storia della Chiesa albanese. Dal 1993 ad oggi, sono avvenuti grandi cambiamenti sia nella Chiesa che nella società albanesi. La Chiesa si è rialzata dalla polvere e ora agisce con tutte le strutture materiali e spirituali. Con l’aiuto delle Chiese sorelle e di vari donatori – in particolare la Conferenza episcopale italiana – si è giunti alla ricostruzione delle infrastrutture materiali, che hanno raggiunto un livello mai avuto prima, e di quelle spirituali grazie anche a molti missionari, sacerdoti, religiosi, religiose e laici. Si nota chiaramente che, in questi anni, la Chiesa ha vissuto un periodo di rinascita che è visibile anche nella società. Anche essa, infatti, dopo un totale collasso per la dittatura, si è risollevata nei suoi diversi settori. Tutto ciò ha superato di gran lunga le nostre aspettative”. Quali sono le sfide principali della Chiesa albanese oggi? “Come in tutta Europa, la Chiesa in Albania vive le sfide della società attuale. Una di queste è rappresentata dalla «dittatura del relativismo», così come l’ha definita Benedetto XVI all’inizio del suo pontificato. Mezzo secolo di comunismo ha appiattito ogni valore. L’apertura dell’Albania, in modo particolare, verso i fenomeni più negativi dell’Occidente ha fatto sì che quelli che chiamiamo «valori non negoziabili» siano ora attaccati da ogni parte. Per la Chiesa albanese è, allora, importante impegnarsi nella formazione delle coscienze, che sono spesso sedotte dal materialismo, dal desiderio di conformarsi a modelli non costruttivi che calpestano i «valori». Per fare ciò, la Chiesa deve portare la propria testimonianza quotidiana con l’esempio e la parola. Un altro problema, come un po’ in tutta la Chiesa, è quello della carenza delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. La dittatura ha creato un vuoto di vocazioni. Attualmente i missionari, giunti da altre Chiese sorelle, hanno dato un grande contributo, ma il problema principale è il futuro e anche la creazione di strutture pastorali stabili, con il clero locale. Se, da una parte, le strutture ora presenti sono una ricchezza per la nostra Chiesa, dall’altra, si pone, però, il problema della continuità e della manutenzione. Per questo, stiamo cercando di stimolare i nostri fedeli a responsabilizzarsi e a contribuire al mantenimento, anche finanziario, di tali strutture. Questa sensibilità è ancora molto bassa e ciò crea qualche problema perché ora molte donazioni estere, giustamente, sono venute meno per indirizzarsi verso altre situazioni più bisognose. Un altro campo importante, in cui ci sentiamo interpellati, sono i mass media: il rapporto con essi, che ormai condizionano il modo di vivere delle persone; la possibilità di avere nostri organi di stampa, capaci di trovare posto nella cultura contemporanea. Abbiamo ancora gravi mancanze di personale preparato per una stampa cattolica, oltre alla carenza di mezzi finanziari. Un’altra sfida è la preparazione di laici capaci di trasmettere e vivere i contenuti della dottrina sociale della Chiesa per partecipare, da cristiani, alla vita politica e sociale del Paese”.In che modo la Chiesa sta contribuendo allo sviluppo del Paese?“Uno dei campi in cui la Chiesa cattolica in Albania è impegnata è l’istruzione. Il ruolo della Chiesa in questi anni è stato molto importante. Attualmente, abbiamo in Albania scuole a tutti i livelli: dagli asili alle Università. Tutte le nostre istituzioni scolastiche, gestite nella maggior parte da religiosi e religiose, sono molto apprezzate anche dalle autorità politiche, ministeriali e culturali del Paese. Nelle scuole cattoliche c’è sempre un grande afflusso; le famiglie hanno fiducia indipendentemente dalla religione. Sempre nel campo dell’educazione, un importante impegno è rappresentato dalla pastorale universitaria. In modo particolare, nelle grandi città, come Tirana, Scutari e Durazzo. Nei giovani universitari c’è una grande sete di Dio e della Chiesa. La povertà rimane ancora una sfida, contro la quale c’impegniamo attraverso la Caritas nazionale e delle diverse diocesi. Sempre attraverso la Caritas, è stato possibile costruire ambulatori in zone periferiche dell’Albania, dove le difficoltà sono maggiori”.Nel 2009 l’Albania è diventata membro della Nato e si è candidata ufficialmente ad entrare nell’Ue. Quali le principali attese?“Una delle prime conseguenze dopo l’ingresso nella Nato è stato l’afflusso degli investitori stranieri e albanesi della diaspora. Questo atto di carattere politico ha spazzato via anche molti pregiudizi sulla situazione dell’Albania. Molti albanesi, che si erano allontanati per motivi economici, adesso trovano il Paese molto più sicuro. L’appartenenza alla Nato è anche l’appartenenza ad una comunità di popoli. Certo questo non vuol dire che tutti i problemi sono risolti. Ne rimangono ancora molti, ma ciò favorisce l’avvicinamento dell’Albania all’Europa, di cui ci sentiamo parte geograficamente e culturalmente. L’Albania è parte dell’Europa, ma rimangono ancora dei passi istituzionali da compiere. Le attese sono molte e varie: maggiore sviluppo economico e culturale; movimento libero delle persone, senza più visti, che sono ancora una barriera per la nostra gente. Siamo anche coscienti che potranno diffondersi dei fenomeni che potrebbero incidere negativamente su alcune strutture come, per esempio, la famiglia. Questa, attualmente, gode di stabilità, coesione, e amore per la vita, grazie anche ad una società legata ad una grande tradizione familiare. Anche in ciò la Chiesa si sente chiamata in causa per difendere i fedeli da ciò che potrà nuocere la famiglia, come le coppie di fatto, le unioni omosessuali, l’aborto, il divorzio, etc. Nonostante questo, l’attesa per l’integrazione europea è un sogno per tutti gli albanesi e, certamente, anche per la Chiesa”. Quali le prospettive e le speranze per la Chiesa e la società?“Non posso non citare ciò che afferma il Concilio Vaticano II: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore» (Gaudium et Spes 1). Cerchiamo di vivere, giorno dopo giorno, l’amore per il Signore e per la gente in Albania. La Chiesa non solo porta avanti quotidianamente l’opera dell’evangelizzazione ma anche il dialogo con la cultura e con le culture, in modo particolare, il dialogo interreligioso. Quest’ultima è una prospettiva importante, perché la realtà dell’Albania è marcatamente multireligiosa. Voglio ricordare le parole pronunciate da Giovanni Paolo II, il 25 aprile del 1993, nella piazza Scanderbeg a Tirana: «La vera libertà religiosa rifugge dalle tentazioni dell’intolleranza e del settarismo, e promuove atteggiamenti di rispettoso e costruttivo dialogo. Il popolo albanese – mi piace poterlo ricordare in questo momento – è esemplare sotto tale punto di vista. Le tre grandi comunità religiose intrattengono rapporti di reciproca stima e di cordiale collaborazione. Perseverate in tale atteggiamento, carissimi fratelli e sorelle! Vi renderete benemeriti della solidarietà e della pace nella vostra patria e nell’intera e tormentata regione dei Balcani». I rappresentati delle religioni in Albania stanno costruendo un dialogo fruttuoso e instancabile. Sono sicuro che l’importante dialogo con i soggetti politici del Paese contribuirà alla costruzione di una società migliore, più giusta e più umana”.