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Chiese e Istituzioni in Europa
Con una prolusione sui grandi temi europei mons. Adrianus van Luyn, vescovo di Rotterdam e presidente della Commissione degli episcopati della Comunità europea (Comece), ha aperto il 18 novembre a Bruxelles i lavori dell’assemblea plenaria d’autunno che si chiude oggi. Ne presentiamo un passaggio relativo al dialogo tra Chiese e istituzioni Ue.Gli anni in cui l’Europa ha scoperto se stessa sono stati estremamente importanti anche per le Chiese e hanno apportato notevoli cambiamenti anche per loro. Nell’ottobre del 1995, la Comece e la Kek hanno organizzato un seminario a Bruxelles sul rapporto tra Chiesa e Stato dal punto di vista europeo. Il seminario ha rivelato che i sistemi di relazione tra Chiesa e Stato erano organizzati in modi diversi in ogni Stato membro. Questo ha portato alla proposta di includere un testo in proposito nel Trattato di Amsterdam, il cui esito è stato la Dichiarazione n. 11 sullo status delle Chiese e delle organizzazioni religiose; l’Unione europea rispetta lo status delle Chiese e delle organizzazioni religiose nei rispettivi Stati membri e si impegna a non violarlo.Nel corso delle discussioni sul trattato costituzionale, le Chiese si sono convinte sempre più che la clausola protettiva difensiva del Trattato di Amsterdam dovesse essere integrata da una clausola sul dialogo con una formulazione positiva. Attraverso varie fasi intermedie, tale formulazione è stata finalmente raggiunta e si trova ora al terzo paragrafo dell’articolo 17 del Trattato di Lisbona: il dialogo aperto, trasparente e regolare condotto dall’Unione europea con le Chiese e con le organizzazioni religiose sulla base dei loro specifici contributi. E quindi il Trattato codifica quello che, durante gli anni delle trattative, aveva cominciato a stabilirsi come una buona pratica. Questo “dialogo pratico” e anche la fiducia tra le istituzioni europee e le Chiese sono cresciuti entrambi negli anni. Questo è dovuto in non piccola parte all’operato della Comece.La “costruzione degli strumenti” è per ora ultimata. D’ora in poi, si tratterà di sapere come utilizzarli e a che fini. Nei prossimi giorni, discuteremo dell’applicazione pratica dell’Articolo 17 nella nostra attività quotidiana con le istituzioni europee. Dopo di che, avvieremo un “dialogo sul dialogo” con tali istituzioni.A parte la questione del sapere “come intendiamo condurre tale dialogo”, dovremmo anche chiederci: “Di quali argomenti dovremmo discutere con l’Unione europea?”. La nostra missione, in qualità di membri della Comece, non è quella di preoccuparci di noi stessi né di salvaguardare i nostri privilegi – per parafrasare Papa Benedetto XVI – nella sfera politica europea. La nostra missione è, al contrario, quella di cercare di incorporare produttivamente nel processo politico il Vangelo di Gesù Cristo, che vale per tutte le persone allo stesso modo. Il compito della Comece è quello di osservare e seguire gli sviluppi che avvengono all’interno delle istituzioni europee. Ciò è svolto sulla base della Dottrina sociale cattolica nella sua più piena accezione e sui suoi due pilastri, la dignità umana e il bene comune. È per questo motivo che è necessario un dialogo aperto, che significa che ascoltare è importante quanto parlare. Il dialogo è citato nell’enciclica “Caritas in veritate” come un importante principio guida per le azioni della Chiesa nel mondo. È necessario anche essere aperti alle questioni politiche attuali e urgenti ed essere disponibili a comprenderle con competenza e pienezza. Dove è atteso il nostro contributo? Dove sono necessarie le nostre parole e le nostre competenze? Dove dovremmo intervenire per il bene comune, per la pace, per una maggiore giustizia?