SERBIA
L’Ue, il Kosovo, i rapporti interreligiosi: intervista a mons. Hocevar
Passeranno dai Balcani i prossimi allargamenti dell’Unione europea. A Croazia e Macedonia – che potrebbero entrare, rispettivamente, nel 2012 e nel 2014 – si affiancano diversi altri Stati con intenzioni europeiste, tra cui la Serbia. A tal proposito SIR Europa ha incontrato mons. Stanislav Hocevar, arcivescovo di Belgrado e presidente della Conferenza episcopale internazionale “Santi Cirillo e Metodio” (che comprende Serbia, Kosovo, Montenegro e Macedonia). SIR Europa ha intervistato l’arcivescovo in un momento in cui la Serbia è in lutto per la morte del Patriarca della Chiesa ortodossa serba, Pavle, morto il 15 novembre dopo una lunga malattia e all’età di 95 anni. Mons. Hocevar lo ricorda come “uomo di unità e di profonda testimonianza cristiana”. Ed aggiunge che quando lo andava a trovare in ospedale il patriarca “parlava dell’urgenza dell’unità dei cristiani e pregava Dio per essa”. Eccellenza, che cosa pensa dell’eventuale ingresso della Serbia nell’Ue? “Prima di tutto mi preme riaffermare l’urgenza dell’integrazione della Serbia nell’Unione europea. Si tratta di un processo importante: va preparato accuratamente, ricordando che l’Europa non può vivere organicamente, in una comunione di varietà, senza i Balcani, né questi senza l’Europa. I Balcani hanno una storia lunga e complessa, con esperienze anche traumatiche, ma tutto ciò può aiutare l’Ue a vivere più integralmente la sua missione e ad avere una sensibilità più differenziata per quanto riguarda la sua centralità in senso storico-culturale. Sul piano religioso, poi, la Serbia, con la sua maggioranza ortodossa, ha una cultura e una spiritualità particolari che possono aiutare l’Europa a respirare meglio ‘con due polmoni'”.Quanto pesano le ombre del passato?“Dobbiamo trovare tutta la verità sul nostro passato, nel bene e nel male. A tal riguardo è bene che continui la collaborazione con il tribunale dell’Aia, per ‘mettere in ordine’ il passato, e che si porti avanti il processo di redistribuzione – ambasciate, archivi ecc. – dei beni appartenuti alla ex Jugoslavia. Ma non basta l’accertamento della verità: serve una riconciliazione per guardare al futuro. Per un’Europa integrale questa regione è molto importante. D’altra parte questi Paesi, da soli, non possono avere un grande ruolo. Si deve dunque sviluppare una nuova e libera collaborazione tra i diversi Stati balcanici, tenendo conto delle varie identità presenti”.Alla tendenza europeista si contrappongono, frange “nazionaliste”…“Siamo un Paese in transizione. Serve tempo per trasformare integralmente gruppi sociali che per decenni hanno avuto una diversa visione della realtà, rispondendo a una precisa ideologia. Anche l’economia deve adattarsi al cambiamento: vi sono gruppi che tendono a resistere perché i perderebbero i privilegi ottenuti nel passato”.Come collocare, in questa situazione, la questione del Kosovo?“L’origine del problema sta nella mancata volontà di cercare, in passato, uno sviluppo integrale e organico della zona. Sarebbe servito un dialogo tra tutte le forze interessate, invece è stata preferita la conflittualità, l’isolamento tra albanesi e serbi, come pure tra musulmani, ortodossi e cattolici, creando dei ghetti. Le forze internazionali sono intervenute portandovi le proprie posizioni. Ecco, il Kosovo è segno di una programmazione fatta da fuori”.Pensa che la Serbia riconoscerà il Kosovo come stato indipendente?“La soluzione si troverà soltanto se fra tutti i partner del dialogo ci sarà una piena comprensione. Mio grande desiderio è unicamente quello di promuovere il dialogo in questa regione, e a tal proposito la plenaria della Conferenza episcopale si è tenuta proprio a Pristina, dal 5 al 7 novembre, come segno di vicinanza alla Chiesa cattolica locale”.Quali sono in Kosovo i rapporti tra la minoranza serba e la maggioranza albanese?“Sono rimasti molti problemi di convivenza, proprio perché non c’è mai stato un processo di maturazione. In passato vi erano pareri contrastanti sull’opportunità, o meno, di partecipare alle varie consultazioni elettorali, e siccome i serbi del Kosovo si astenevano mancava la loro voce nelle strutture amministrative. D’altra parte in tante occasioni il governo di Belgrado non rispettava la volontà della popolazione locale, in nome della tradizione orientale di risolvere ogni questione a livello centrale. Al contrario, bisogna oggi sottolineare la dimensione della sussidiarietà, dando alle strutture locali il massimo di competenze. Questo passaggio, però, non può avvenire all’improvviso, serve un periodo in cui le forze locali acquisiscano preparazione ed esperienza”.In una realtà, come quella serba, dove la Chiesa cattolica è in minoranza, com’è la dimensione ecumenica?“Tra cattolici e ortodossi sperimentiamo ogni giorno la concretezza di un dialogo sulle problematiche che ci riguardano quotidianamente. Penso ad esempio all’insegnamento religioso a scuola, a seminari e occasioni di studio, come pure ad iniziative legislative che riguardano le confessioni religiose”.