UNGHERIA
La beatificazione del vescovo e martire Zoltán Lajos Meszlényi
“Oggi tra queste sante mura si celebra per la prima volta una cerimonia di beatificazione. La figura del vescovo martire Zoltán Meszlényi prende posto nella schiera dei santi e dei beati ungheresi. Egli è il primo ad essere elevato nella schiera dei beati tra i sacrifici della persecuzione” subita dalla nostra Chiesa “nel periodo stalinista”. È l’esordio dell’omelia pronunciata lo scorso 31 ottobre dal card . Péter Erdö, arcivescovo di Budapest – Esztergom e primate d’Ungheria, nel corso della Messa di beatificazione del vescovo e martire Zoltán Lajos Meszlényi (1892-1951), presieduta nella basilica di Esztergom. La formula di beatificazione è stata letta dal prefetto della Congregazione delle cause dei santi e rappresentante del Santo Padre, mons. Angelo Amato. (Cfr. precedente servizio su SIR Europa n. 74/2009).Una testimonianza eroica. “Quali sono il messaggio del vescovo Meszlényi e la sua eredità per noi, cattolici di oggi, ungheresi di oggi? Che vita emerge dalla sua testimonianza eroica? ” si è chiesto il card. Erdö, alludendo alla fedeltà fino alla morte del Servo di Dio a Cristo e alla Chiesa, nonostante le persecuzioni. “Ancora oggi nel mondo uomini vengono uccisi per il solo fatto di essere cristiani – ha osservato l’arcivescovo di Budapest -. Ma i seguaci di Cristo molte volte devono soffrire anche altre prove” come “maldicenze, insinuazioni contro la Chiesa, denigrazioni, nuove ondate di falsificazioni storiche, emarginazione dei credenti e delle istituzioni ecclesiali”. Ripercorrendo la vita del Servo di Dio – studente, prete, segretario episcopale, membro del tribunale ecclesiastico, economo della diocesi e, dal 1937, vescovo ausiliare di Esztergom – il primate d’Ungheria ne ha ribadito la fedeltà e “l’eroica abnegazione del martirio”. “Occuparsi del mantenimento materiale delle istituzioni della diocesi durante la seconda guerra mondiale, accorgersi delle molte miserie umane, stare al fianco dei preti” e “nel contempo non trascurare la preghiera e lo studio: queste – ha spiegato – furono per il vescovo Zoltán le principali sfide”. Il suo “sguardo profondo” anche “alla fine della guerra seppe intravvedere dietro le sofferenze umane la deprimente immagine della distruzione spirituale, e percepì anche il martirio che aspettava i cristiani.” Ecco le sue parole, il 2 dicembre 1945, riportate dal card. Erdö: “Il nostro popolo, un tempo spiritualmente sano, oggi giace in un tale abisso morale che, se Dio misericordioso non avrà pietà di noi” possiamo “veramente disperare del suo futuro”. I martiri, fonte di speranza. “L’insegnamento del vescovo Meszlényi – afferma ancora il primate ungherese – è eccezionalmente attuale: anche oggi” egoismo, miopia, desiderio di potere e odio “ci fanno cadere in una trappola da cui non possiamo liberarci con le nostre forze”. Un crollo esteriore che “si coniuga con l’atteggiamento umano. Non dobbiamo semplicemente affrontare le conseguenze dell’impersonale economia mondiale: anche noi, chi più, chi meno, siamo responsabili dei nostri problemi”. E non di rado le difficoltà “opprimono nella maniera più dura i meno responsabili della rovina”. Tuttavia, avverte il porporato, “forse ancora più grave è il problema spirituale”: “la disperazione, il senso di mancanza di significato, oppure l’amarezza e il rancore” che prendono un numero crescente di persone. “Da questo cerchio infernale – è il suo monito – solo l’amore misericordioso di Dio ci può salvare. Gli eccezionali testimoni di questo amore sono gli uomini pronti a sacrificare anche la loro vita per amore di Dio, nella speranza della vita eterna. Pertanto la fedeltà dei martiri è per noi fonte di speranza”. Festa di riconciliazione. Nel 1950, in un rapporto sul vescovo Meszlényi, un agente del regime aveva ammesso l’impossibilità di avvalersi della sua collaborazione “perché – spiegava – in lui non c’è traccia di opportunismo”. Il Servo di Dio fu prelevato il 29 giugno dello stesso anno, “tenuto in condizioni disumane”, privo delle medicine necessarie, in stretto isolamento “fino alla fine nella cella di rigore”. Se lo scopo del regime, spiega il card. Erdö, “era piegare la Chiesa, intimorirla con questo tipo di persecuzione” e “distruggere il vescovo, tali atti rafforzarono invece il martirio e la testimonianza” di quest’ultimo. La sua morte “è stata per lungo tempo circondata da un silenzio di tomba; solo tre anni dopo è stato reso noto il decesso”, ma ci vollero dodici anni per poterlo seppellire nella cripta della basilica. Che la beatificazione del vescovo Meszlényi “sia anche per noi la grande festa della riconciliazione! Che le ferite del nostro passato, alla luce della misericordia non siano sorgente di amarezza e discordia, ma mostrino la via della comprensione e della riappacificazione”, è l’auspicio conclusivo del primate d’Ungheria.