UNGHERIA

Mai abbandonerò

Sarà beatificato il 31 ottobre il vescovo e martire Zoltan Lajos Meszlenyi

Il 31 ottobre sarà elevato all’onore degli altari il vescovo e martire ungherese Zoltán Lajos Meszlényi (1892-1951). Aveva giurato: “Mai abbandonerò Cristo Pastore e la nostra Chiesa”. Una promessa che il Servo di Dio mantenne restando fedele al suo ministero fino al sacrificio della vita. Vescovo ausiliare di Esztergom dal 1937, nel 1950 fu infatti arrestato dalla polizia comunista e portato in un campo di concentramento dove morì in seguito alle torture. Meszlényi verrà beatificato ad Esztergom, durante la Messa presieduta dal card. Péter Erdő, arcivescovo di Budapest- Esztergom e primate d’Ungheria. A leggere la formula di beatificazione sarà il prefetto della Congregazione delle cause dei santi e rappresentante del Santo Padre, mons. Angelo Amato.Da Budapest a Roma. Meszlényi vide la luce il 2 gennaio1892 ad Hatvan, un paesino ungherese nei pressi di Budapest. Nel 1909, conseguita la maturità classica con ottimi voti, grazie all’intervento dell’allora arcivescovo di Budapest, card. Kolos Vaszary, il giovane ricevette dalle autorità una borsa di studio che gli consentì di venire a Roma. Alunno del Collegio germanico-ungarico, si iscrisse alla Pontificia Università Gregoriana dove conseguì le lauree in filosofia, in teologia e in diritto canonico. Nel 1915, dopo il trasferimento del Collegio germanico-ungarico a Innsbruck a causa della prima guerra mondiale, venne ordinato sacerdote dall’allora vescovo di Bressanone.“Fidenter ac fideliter”. Ritornato in Ungheria, il primate card. Janos Csernoch lo volle a Esztergom dove in breve tempo fu nominato segretario arcivescovile. Con la fine della guerra e la pace di Versailles, l’Ungheria divenne indipendente dall’Austria e gran parte del territorio e dei possedimenti dell’arcidiocesi di Esztergom passò alla Cecoslovacchia. Con la morte del card. Csernoch nel 1927, il suo successore, il card. Jusztinian Serédi volle nominare il servo di Dio “responsabile dell’amministrazione della sua casa”, e nel 1931 cancelliere arcivescovile e primaziale. Tre anni dopo a Meszlényi venne conferito anche l’incarico di libero docente presso l’Accademia arcivescovile di giurisprudenza di Eger. Nel 1937 ricevette l’ordinazione a vescovo titolare di Sinope e ausiliare di Esztergom. “Fidenter ac fideliter” la frase scelta come motto episcopale.L’arresto e la deportazione. Il 1945 segnò l’occupazione dell’Ungheria da parte delle forze armate sovietiche. Da allora la “cortina di ferro” separò il Paese, zona di occupazione sovietica, dal resto d’Europa. Nel 1946, con la “riforma agraria” (praticamente la laicizzazione delle proprietà della Chiesa) divenne impossibile il mantenimento delle istituzioni ecclesiastiche come scuole, chiese, ospizi. Nel 1950 vennero sciolti gli ordini religiosi e la persecuzione della Chiesa divenne una realtà minacciosa. Il vescovo Meszlényi, ecclesiastico particolarmente determinato, costituiva un ostacolo troppo grande alla realizzazione delle trame comuniste: di qui la necessità di far scomparire quest’uomo che non si sarebbe mai piegato. Egli venne arrestato e portato via di nascosto il 29 giugno 1950, solo 12 giorni dopo la nomina a vicario capitolare di Esztergom, e su di lui calò un impenetrabile silenzio. I testimoni al processo concordano nel ritenere che alla base del suo arresto vi fosse solo uno spregevole odium fidei: egli aveva infatti difeso il card. Mindszenty, allora primate d’Ungheria, nella sua ferma presa di posizione contro il comunismo in difesa della Chiesa, dei suoi dogmi, dei suoi diritti e del suo clero. Il martirio e la morte. Secondo le testimonianze, il Servo di Dio subì un “martirio silenzioso”, cioè una sorta di martirio attento all’assenza di testimoni diretti sia delle torture subite in carcere, sia della morte, secondo lo scientifico piano del regime di tenere nascosti l’arresto, la prigionia e la morte dei preti per non creare martiri. Dai racconti di alcuni sacerdoti ungheresi usciti vivi dalla prigionia emerge che il trattamento riservato agli uomini di Chiesa comprendeva disumane torture fisiche e psicologiche che causarono la morte di molti di loro. Del Servo di Dio si sa soltanto che, arrestato il 29 giugno 1950, venne deportato nel campo di Kistarcsa il 13 luglio successivo. La ricostruzione di questi avvenimenti è stata resa possibile grazie al ritrovamento da parte del professor Frigyes Kahler, presso l’Archivio dei Servizi della Sicurezza dello Stato, di un documento originale, il cosiddetto “biglietto di servizio” compilato da un ufficiale di turno della Polizia di Stato nel giorno del trasferimento a Kistarcsa. Dopo alcune incertezze sull’anno della sua morte – 1951 o 1953 – il card. Erdő ha risolto il dilemma affermando: “Deve ritenersi veritiera la data del 4 marzo 1951 e di questa fa fede un teste de visu degno di ogni credito, in quanto è stato allora presente all’inumazione e all’esumazione e traslazione il 22 giugno 1966”. Dal 23 giugno 1966 il corpo del vescovo Meszlényi riposa nella basilica di Esztergom.