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L’Europa con l’Africa

Una reciprocità al cui centro devono essere le persone e i popoli

Un’ipotetica classifica del dolore umano nella storia vedrebbe senza dubbio alcuno il continente africano e le sue genti occupare i gradini più alti del podio. Non tanto per intensità (in quale angolo del pianeta non si è sofferto e non si soffre purtroppo ancora per guerra, umiliazioni, povertà e malattie?), quanto per una sorta di “insistenza” nel non voler uscire da una situazione di oggettivo ritardo di sviluppo – nell’accezione occidentale del concetto – che perdura da tempo immemore, la risoluzione della quale appartiene tutt’oggi più alla sfera della speranza piuttosto che a quella del progetto e della politica socio-economica.Con il passare degli anni, perdono valore di giustificazione storico-sociologica anche alcuni fattori chiave dell’arretratezza africana. E ciò malgrado l’esistenza di innumerevoli e cospicui schemi di aiuto finanziario e non sotto l’egida di enti e organizzazioni di ogni tipo e di ogni bandiera: dall’Onu alla Banca mondiale, dal Club di Parigi (i principali Paesi donatori) all’Unione africana. Passando per la Chiesa cattolica, le varie anime dell’Islam e la galassia delle Ong. Chiudendo, “last but not least”, con l’Unione europea.I mezzi (le persone, i metodi) messi sinora in campo non sono in tutta evidenza sufficienti. Per debellare malattie ed epidemie, per ridistribuire equamente la ricchezza, per la scolarizzazione dei bambini, per la democratizzazione delle istituzioni, per porre freno all’immigrazione clandestina, per la pace, per dare al popolo africano la dignità rubata – o raramente posseduta – ci vuole altro. L’Africa del III Millennio ha bisogno “ex novo” di un “check-up” completo, e di un programma di riabilitazione a medio/lungo termine che abbracci tutti i settori della vita sociale, culturale, economica e politica: istruzione, formazione professionale, agricoltura, ambiente, sanità, “welfare”, gestione delle risorse idriche, occupazione, immigrazione, investimenti esteri, infrastrutture, ordine pubblico, etica nella pubblica amministrazione, solidarietà, pacificazione. Senza dimenticare, ci mancherebbe altro, i bisogni primari di centinaia di milioni di persone che lottano quotidianamente per la sopravvivenza. E che, quotidianamente, perdono, come vittime di un “darwinismo umano” intollerabile per la scienza e la coscienza di oggi. Sono in sostanza i concetti di sviluppo e di aiuto allo sviluppo che necessitano una nuova veste: teorica (per la progettazione, i negoziati, la definizione delle priorità e gli stanziamenti) e pratica (per la realizzazione concreta di programmi e progetti utili e durevoli). Con la persona – e non il denaro – al centro; con la persona architetto ed ingegnere della propria nuova casa; con la persona soggetto attivo e non oggetto passivo.Infine – e siamo pare sulla strada giusta – la collaborazione costruttiva e fruttifera tra donatori e beneficiari non può più esimersi dal percorrere i binari della cogestione a quattro mani degli aiuti/investimenti: se fino a ieri i soldi – sulla base, certo, di progetti vagliati a 360 gradi – giungevano ai governi locali e da lì, spesso e volentieri, se ne perdevano le tracce, oggi il livello di guardia risulta essere maggiore e l’effettiva erogazione viene vincolata alla trasparenza (nei limiti del possibile) e alla garanzia di un controllo costante da parte del donatore stesso. Va riconosciuto all’Unione europea il merito di aver aperto il cammino e tracciato la via per la Comunità internazionale, grazie alla recente introduzione di nuove regole nella gestione del Fondo europeo per lo sviluppo (Fes) e più in generale nelle relazioni bilaterali e multilaterali con i Paesi Acp (Africa, Caraibi, Pacifico) che rendono imprescindibile qualsiasi finanziamento dalla piena partecipazione ora della Commissione ora di altri Organi Ue alla gestione sia politica sia finanziaria di qualsiasi iniziativa.Qualche anno addietro, a margine di un corso di formazione a Bruxelles sugli appalti Ue nei Paesi terzi, destò curiosità e interesse l’affermazione di un funzionario della Commissione (ora in pensione), la cui vita professionale era stata dedicata con passione e onestà alle relazioni con i Paesi Acp, quelli africani in particolare: “Il futuro dell’Europa è l’Africa”. Non possiamo escluderlo, e forse ci piacerebbe crederlo. Del resto, la salute della finanza mondiale e l’odierna posizione europea sullo scacchiere internazionale non paiono certo essere in grado di smentire tale previsione. Al massimo la confermano. Ma ancor più forse ci piacerebbe credere l’opposto: “Il futuro dell’Africa è l’Europa”.