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Verso la conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici (7-18 dicembre)
Il Protocollo di Kyoto sulla lotta al surriscaldamento del pianeta e la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra è stato adottato dalla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici ormai dodici anni fa. A causa della lentezza delle ratifiche (184 ad oggi, con gli Stati Uniti grandi assenti), la sua entrata in vigore è molto più recente, e data del Febbraio del 2005. Neanche quattro anni di lavoro, dunque, e già la Comunità Internazionale si prepara alla nuova Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, in programma a Copenhagen dal 7 al 18 Dicembre prossimi. Sono d’obbligo alcune domande: cosa si è fatto in questo breve lasso di tempo per rispettare gli obiettivi, ambiziosi, di Kyoto? Qual è stato il contributo dell’Europa? Qual è la nuova agenda di Copenhagen? Quali sono i nuovi obiettivi per il mondo intero e per l’Ue nello specifico?A Kyoto i “grandi del pianeta” erano stati messi con le spalle al muro dall’evidenza: stagioni alterate, il buco nell’ozono che si allarga a vista d’occhio, i ghiacci polari che si sciolgono, i mari che erodono porzioni di costa sempre più grandi, catastrofi naturali che si susseguono a ritmo incalzante, temperature in netta crescita. Secondo l’ultima relazione dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea), la riduzione media comunitaria delle emissioni gassose risulta ancora inferiore all’1%. Le uniche note positive riguardano la Finlandia, la Germania e l’Olanda; al lato opposto della classifica si trovano l’Italia, la Danimarca e la Spagna. Non può non essere ricordato il fatto che l’Unione Europea dichiarò già nel 1998 di essere in condizione di aumentare la percentuale di riduzione al 15% entro il 2012. A livello mondiale la situazione non cambia molto, anzi: i detrattori più oltranzisti di Kyoto parlano ormai apertamente di “aria calda” e di un aumento netto delle emissioni del 27%.Copenhagen, ora. Innanzitutto gli auspici non sono dei migliori. È di questi giorni, infatti, la notizia del mancato accordo dei Ministri Ue dell’Economia sulla proposta della Commissione di stanziare un pacchetto finanziario di 15 miliardi di Euro l’anno fino al 2020: la palla (che odora di disimpegno speculare alle posizioni finora assunte oltreatlantico, stanti le dichiarazioni di Barak Obama che impegna l’Amministrazione Usa a ridurre le emissioni dell’80% entro il 2050 e la recentissima analoga presa di posizione di Bruxelles accompagnata dall’approvazione del testo base negoziale da parte dei Ministri Ue dell’Ambiente) passa ora ai Capi di Stato e di Governo dei Ventisette che si riuniranno a fine Ottobre a Bruxelles.Le oltre duecento pagine di testo della risoluzione finale sono in via di redazione. Gli sherpa della Convenzione Onu sui Cambiamenti Climatici, in collaborazione con i Governi, sono chiamati a trovare il più possibile ex ante un accordo sui quattro nodi principali, senza il quale difficilmente Kyoto avrà il suo successore: 1) fino a che punto i Paesi industrializzati sono a disposti a ridurre le proprie emissioni di gas ad effetto serra? 2) fino a che punto i principali Paesi meno sviluppati come Cina ed India sono disposti a limitare la crescita delle loro emissioni? 3) come finanziare l’aiuto ai Paesi meno sviluppati per ridurre le emissioni ed affrontare l’impatto dei cambiamenti climatici? 4) Come gestire le risorse finanziarie impegnate?Se è vero come è vero che le Nazioni meno sviluppate sostengono di non potersi impegnare senza l’aiuto esterno, non va dimenticato che industrializzazione e sviluppo sono sempre andati purtroppo a braccetto con l’uso massiccio di idrocarburi altamente inquinanti. Il messaggio che i Paesi meno avanzati lanciano al mondo è dunque al contempo serio e drammatico: “aiutateci a crescere, ma sapendo che comunque inquineremo come avete fatto voi per almeno cinquant’anni. Dovete quindi farvi carico tanto del nostro sviluppo quanto del nostro inquinamento: noi non possiamo”. È chiaro quindi che la Conferenza di Copenhagen – la cui posta in gioco supera le frontiere del cambiamento climatico – ha l’obbligo di proporre una duplice svolta: nella lotta all’inquinamento, ma anche nella “cooperazione verde”. E qui l’Europa deve essere all’altezza delle sue qualità ma anche delle sue aspirazioni: impegnarsi di più al suo interno non basta, è necessaria un’azione politica ed economica di scienza e coscienza che le consenta di diventare partner globale credibile per lo sviluppo sostenibile. Oltre la finanza, con ambiente e solidarietà come nuova insostituibile bandiera.