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La solidarietà come criterio guida per scioglierli
È tempo di scelte politiche e di decisioni operative, fra Strasburgo e Bruxelles, e l’Europa comunitaria s’interroga, ancora una volta, sul proprio futuro. La sessione plenaria dell’Europarlamento del 19-22 ottobre, l’attività della Commissione (il cui mandato scadrà a fine mese), il Consiglio dei capi di Stato e di governo convocato per il 29 e 30 ottobre, si concentrano su tre nodi prioritari. Il primo riguarda, ovviamente, la crisi economica e finanziaria: finora l’Ue ha coordinato gli interventi dei singoli Stati e ha aggiunto qualche risorsa propria per tamponare i guasti sociali e occupazionali dovuti alla recessione. Ma ci si rende conto che ciò non basta: le difficoltà in cui navigano le imprese, lo spettro della disoccupazione, il rischio-povertà cui sono esposte ampie fasce di popolazione, impongono un immediato colpo d’ala ai governanti e all’Ue nel suo insieme: la crisi è globale e se ne esce solamente insieme, serrando i ranghi, sostenendo le produzioni e i consumi, vigilando sui conti pubblici e definendo regole precise per i mercati dei capitali.Il secondo aspetto riguarda il cambiamento climatico. Appare chiaro che i reiterati allarmi degli scienziati erano supportati da analisi corrette e, per i più scettici, da visibili mutamenti ambientali. I disastri cui assistiamo nei quattro angoli del mondo, l’inquinamento crescente, lo smodato sfruttamento delle risorse naturali, hanno bisogno di interventi efficaci e – anche in questo caso – di regole condivise fra paesi ricchi, paesi di recente sviluppo, nazioni in attesa (quanta attesa!) di sviluppo. A poche settimane dalla Conferenza Onu di Copenaghen, l’Ue deve decidere una posizione comune per approcciare il dopo-Kyoto e mediante la quale convincere anche Stati Uniti, Cina, India, a fare la loro parte per salvaguardare il pianeta.Il terzo punto che impone una convergenza dei paesi aderenti concerne il Trattato di Lisbona. Salvo sorprese, a breve dovrebbe cadere, con la firma del testo da parte del presidente ceco Klaus, l’ultima resistenza che blocca il processo di ratifica. A quel punto occorrerà predisporre ogni aspetto politico e giuridico per l’entrata in vigore del Trattato, necessario per il funzionamento dell’Ue27. Bisognerà procedere con la nomina delle due principali figure introdotte a Lisbona, quella del presidente “stabile” del Consiglio Ue e quella dell’Alto rappresentante della politica estera, nonché della nuova Commissione. Inutile dire che anche in tal caso la convergenza su nomi all’altezza dei ruoli sarà un passaggio obbligato per sbloccare l’impasse.Ecco dunque imporsi una riflessione sui criteri in base ai quali giocare l’intera partita. Se ciascuno Stato membro pensasse di condurre delle “trattative” volte al proprio esclusivo interesse, partirebbe col piede sbagliato. In un frangente tanto delicato della vicenda comunitaria, nessuno può credere di far prevalere l’interesse di una parte sul tutto. La solidarietà riemerge quale criterio-guida dell’integrazione europea. E per andare avanti, occorrerà rifarsi un’altra volta alla storia, traendo dalle origini della Comunità i motivi ispiratori per le scelte del presente. È quanto ha ricordato il cardinale Dionigi Tettamanzi l’8 ottobre durante la messa di apertura delle Giornate sociali cattoliche per l’Europa a Danzica. L’Arcivescovo di Milano ha citato la Dichiarazione di Robert Schuman del 9 maggio 1950: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Tettamanzi ha aggiunto: “Mi pare davvero significativa e stimolante l’espressione ‘solidarietà di fatto’, perché rimanda a una solidarietà che non può esaurirsi nelle intenzioni e nei sentimenti ma deve esprimersi nella concretezza del vissuto quotidiano”. È esattamente di questa solidarietà, concreta, ispirata da valori alti, che l’Europa ha bisogno.