CCEE

Parole di verità e amicizia

Il card. Angelo Bagnasco (Cei) all’assemblea Ccee su Chiesa e media

“I media e il Papa: un anno difficile” è stato il tema trattato, il 3 ottobre, dal card. Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, all’Assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze episcopali dell’Europa (Ccee), che dal 1° al 4 ottobre ha riunito a Parigi i presidenti degli episcopati del Vecchio Continente. Priorità trascurate. In base all’analisi dell’esperienza italiana, “si può affermare – ha sostenuto il card. Bagnasco – che in un primo periodo la rappresentazione mediatica del pontificato di Benedetto XVI è stata nel complesso adeguata e sostanzialmente positiva”. “L’attenzione dei media – ha aggiunto il presidente della Cei – è stata catalizzata dagli interventi di Benedetto XVI sui cosiddetti ‘principi non negoziabili’ o sulle radici cristiane dell’Europa, che hanno suscitato un vivace dibattito nell’opinione pubblica dei principali paesi europei”. Al contrario, “una minore considerazione è stata riservata a taluni incontri densi di significato per la vita ordinaria della Chiesa”. Per il card. Bagnasco, “si avverte qui il rischio, emerso già a partire dal secondo anno di pontificato e via via accentuatosi, di una rappresentazione mediatica riduttiva, che tende a sottodimensionare il Papa testimone e predicatore del Vangelo e a sovrarappresentare il Papa intellettuale e politico, a enfatizzare gli interventi ritenuti potenzialmente conflittuali, giudicati più utili a fare notizia, e a trascurare alcuni temi di fondo che rivelano le priorità del Pontificato”: la priorità “cristologica”, “la preghiera e l’unità dei credenti”, “la chiarificazione di un autentico concetto di libertà, necessaria per la vita della persona e per il bene della società”. Deriva mediatica. A questo proposito Benedetto XVI sottolinea, secondo il card. Bagnasco, che “la libertà della persona è per sua natura relazionale e non può escludere la responsabilità verso l’altro”. Se si ignora o trascura questo quadro di priorità nel quale si collocano i diversi interventi del Pontefice “è difficile evitare rappresentazioni parziali e fuorvianti, critiche ideologiche e preconcette, letture volte a far dire al Papa ciò che egli con tutta evidenza non dice, fino ad alimentare persino forme di ostracismo estranee alla dialettica democratica”. Rientrano in questa tipo di “deriva mediatica” alcuni recenti polemiche, come ad esempio quelle conseguenti al discorso di Ratisbona, al Motu proprio sull’uso della liturgia preconciliare, alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, ai chiarimenti circa la natura del dialogo interreligioso o alle considerazioni sui limiti dell’uso dei preservativi svolte nel corso del viaggio in Africa.Il grande “sì”. In tutti questi casi, “una rappresentazione corretta avrebbe consentito di superare i fraintendimenti e di chiarire l’effettiva portata di interventi”. È stata invece preferita “una lettura parziale e non di rado francamente scorretta, che induce a domandarsi se in alcune componenti della cultura e dei mezzi di informazione non si stia facendo strada un anticlericalismo interessato a nascondere il vero volto della Chiesa e a distorcere il significato del suo messaggio, così che questo risuoni come incoerente o anacronistico e la Chiesa appaia animata solo dalla volontà ‘di alzare muri e scavare fossati’, soprattutto in materia di etica. Sarebbe questa la Chiesa dei ‘no’, nemica dell’uomo e indifferente ai suoi bisogni, oscurantista e contraria alla razionalità scientifica”. In realtà, segnalare i rischi che la mancanza del rispetto incondizionato per l’essere umano può comportare per la dignità dell’uomo è “un sintomo di sollecitudine e di amicizia”. Il più della Chiesa è condensabile “nel grande ‘sì’ con cui risponde all’amore del Signore indicando Lui a tutti”. Alcuni “no”, che ad un certo punto la Chiesa reputa di dover dire, “sono il risvolto esatto di un’etica del ‘sì’, e ancora più a fondo di un’etica dell’amore, in nome della quale non si può, per ottenere un facile quanto effimero consenso, scambiare, a danno di chicchessia, il male per il bene”. Il ruolo dei media. “Si vorrebbe forse da parte di taluni ambienti – ha proseguito il porporato – una Chiesa o supinamente allineata sull’opinione che si autoproclama prevalente e progressista, o semplicemente muta”. Tuttavia, “la Chiesa non può venire meno alla propria missione. Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza non può essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato”. La Chiesa non vuole imporre a nessuno la propria morale “religiosa”, ma “non può non enunciare”, insieme a principi tipicamente religiosi, “i valori fondamentali che definiscono la persona e ne garantiscono la dignità, “privilegiando sempre il metodo del confronto sereno e costruttivo e la ricerca del bene comune”. Un “ruolo essenziale per la conoscenza e la diffusione di tali valori” spetta oggi “ai mezzi di comunicazione”. Si può auspicare che nell’esercizio di un “compito così delicato” prevalgano sempre “le ragioni e i criteri di una responsabilità deontologica” che trova la propria ultima verifica “nella capacità di contribuire alla conoscenza e alla ricerca della verità”.