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Dedicata al rapporto “Chiesa e Stato” la sessione plenaria del Ccee
Occorre stabilire una “giusta” distinzione tra Chiesa e Stato ma non “separare la Chiesa dalla vita sociale e culturale” di un Paese. A sottolinearlo è stato papa Benedetto XVI in un messaggio ai presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa riuniti dal 1 al 4 ottobre a Parigi per la sessione plenaria del Ccee. Tema e filo conduttore dell’incontro di quest’anno, il rapporto “Chiesa e Stato, venti anni dopo il crollo del muro di Berlino”. Il messaggio di papa Benedetto XVI (giunto attraverso il card. Segretario di Stato Tarcisio Bertone) è stato letto dal card. Peter Erdö, arcivescovo di Budapest e presidente del Ccee, nell’auditorium della Conferenza episcopale francese che quest’anno ospita la sessione plenaria del Ccee. Il papa ha fatto giungere ai presuli europei la sua “calorosa vicinanza spirituale”. Riguardo al tema scelto per la sessione di quest’anno, il Papa scrive: “Occorre che ci sia una distinzione giusta tra Chiesa e Stato, senza separare la Chiesa dalla vita sociale e culturale. La Chiesa è fedele alla sua missione di verità in favore di una società a misura dell’uomo, della sua dignità e della sua vocazione. Questa fedeltà all’uomo, creato ad immagine di Dio, esige fedeltà alla verità. Questa è garanzia di un possibile sviluppo umano integrale, rimedio ai molteplici squilibri di cui il nostro mondo soffre oggi. La Chiesa annuncia questa verità attraverso il suo insegnamento e la sua dottrina sociale. Così, essa concorre all’edificazione di quella città di Dio universale verso la quale progredisce la famiglia umana”.Una sana laicità. Nel suo intervento, in apertura dei lavori, anche il card. Giovanni Battista Re, prefetto della Congregazione per i Vescovi, ha parlato del rapporto tra Chiesa e Stato, auspicando in Europa una “sana laicità che permetta la coesistenza e la collaborazione fra fede e ragione, in modo che si aiutino a vicenda”. Ed ha aggiunto: “Ai nostri giorni l’Europa si profila preoccupata per la crisi economica e finanziaria in atto ed appare incerta sul futuro e, soprattutto, sperimenta una progressiva perdita di rilievo dei valori cristiani nella vita sociale, culturale e politica. Questa situazione costituisce per noi vescovi una sfida che impegna la nostra responsabilità e ci porta a non risparmiare sforzi per salvare i valori e, in particolare, quelli non negoziabili della vita, della famiglia, della centralità della persona umana, della libertà di educazione e della libertà religiosa”. Poi ricordando la recente enciclica sociale di Benedetto XVI, il card. Re ha detto: “La fede e la ragione solo insieme salveranno l’uomo. La ragione ha sempre bisogno di essere purificata dalla fede ed a sua volta la religione ha sempre bisogno di essere purificata dalla ragione per mostrare il suo autentico volto umano”. L’episcopato europeo deve quindi essere spinto – ha proseguito il card. Re – a “dare un’anima all’Europa. L’Unione Europea – ha argomentato il Prefetto – non deve essere soltanto un mercato di scambi economici e un libero spazio di circolazione, ma deve diventare una autentica comunità di nazioni che desiderano unire i loro destini e vivere nella giustizia e nella solidarietà, promuovendo quella che papa Paolo VI chiamava la civiltà dell’amore”.Indagine europea. A Parigi è stata presentata un’indagine europea sul rapporto “Chiesa e Stato” commissionata dal Ccee dalla quale emerge che “in linea di massima” e “sia pure in varie forme e con diverse fortune”, le Conferenze episcopali svolgono in Europa “un ruolo di tutto rilievo” nei rapporti con gli Stati. L’indagine fa il punto sulle diverse modalità di riconoscimento giuridico che la Chiesa gode nei diversi Paesi europei e conclude che “anche là dove la Chiesa è riconosciuta, non sempre lo status che le viene attribuito è adeguato alla sua effettiva natura e a tutte le esigenze che ne derivano”. Interessante la parte dell’indagine dedicata all’analisi del grado di apprezzamento che si registra nei diversi Paesi europei relativi agli interventi della Chiesa su materie “socialmente rilevanti”. Le risposte sono variegate. Dal complesso – si legge nell’indagine – si può dedurre che in alcuni Paesi questi interventi “vengono apprezzati o comunque tenuti in considerazione, come in Germania, Francia, Lituania, ma anche in Albania e Grecia. In altri Stati, invece, non ottengono alcuna attenzione, (Bosnia e Slovenia), oppure, e soprattutto quando contrastino con la mentalità dominante, suscitano decisa ostilità, come rilevano i vescovi austriaci e cechi, e talvolta sono persino ridicolizzati nei mass media, come lamentano i vescovi svizzeri”. Gli episcopati dell’Inghilterra, della Moldavia, della Polonia, del Portogallo rilevano una distinzione: “mentre le dichiarazioni in tema di sessualità, famiglia, bioetica, quando non vengono del tutto ignorate, suscitano reazioni negative, quelle riguardanti problemi sociali come i diritti umani, la solidarietà, lo sviluppo, sono apprezzate e valorizzate. Accade persino che, quanti sono del tutto contrari alle prime considerandole un’indebita ingerenza, vorrebbero un maggior impegno della Chiesa nelle seconde. Questa è, per diretta conoscenza, la situazione italiana”.